Montepeloso
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sabato 26 ottobre 2019

Religiosità popolare e pensiero magico a Montepeloso fra Ottocento e Novecento – 1^ puntata


Lo spirito religioso degli Irsinesi è stato, almeno nel XIX secolo, piuttosto scarso, malgrado che alla fine del Settecento il clero di Montepeloso contasse poco meno di un centinaio di membri tra abati, cappellani, diaconi, suddiaconi, chierici e novizi; oltre, s’intende, agli ospiti dei conventi, soppressi successivamente, nel 1809, e che allora erano quattro:
il Real Convento dei Minori Conventuali di San Francesco d’Assisi in Montepeloso sorto, secondo una tradizione, per opera dello stesso San Francesco, nell'attuale chiesa a lui intitolata, e nei locali annessi, al largo Plebiscito, nel 1228, ma costituito ufficialmente solo nel 1531;
il Cenobio di San Vito dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, allocato nell’attuale chiesa di Sant’Agostino e nei locali adiacenti la cui fondazione è fatta risalire al periodo che va dal 1531 al 1570;
il Convento dei Cappuccini, il quale, fondato nel 1570 in locali ormai scomparsi e siti in zona ancora detta dei Cappuccini, e soppresso nel 1809 rivisse per qualche anno, nel 1860, ad opera di pochi elementi, i quali lo abbandonarono ben presto segno evidente del cambiamento dei tempi;
convento S. Chiara
il Convento delle monache di Santa Chiara, fondato tra il 1655 e il 1674, come si desume da alcuni documenti, a che visse di vita stentata fino ai giorni nostri, si può dire, nei locali che furono abbattuti, tra il 1934 e il 1937, per costruirvi l’attuale edificio scolastico di piazza Garibaldi. Quest’ultimo convento non dovette essere proprio un modello di carità e di pietà religiosa se, come riferisce lo stesso Janora, molti inconvenienti vi si verificarono e furono rilevati dagli stessi superiori ecclesiastici. 
San Nicola de Morgitiis

Attualmente il clero irsinese conta meno di dieci membri. Molte chiese sono chiuse o risultano scomparse (San Filippo, nel quartiere San Filippo; San Nicola dei poveri; della Madonna dei Martiri, fuori Portarenacea; Santa Maria Nuova di Juso, fuori la Porticella), altre sono aperte solo nominalmente ed occasionalmente (Addolorata, Annunziata; San Nicola de Morgitiis, in largo San Nicola; Sant’Andrea; S.S. Salvatore; Purgatorio; San Rocco; Calvario; Madonna della Pietà; Santa Maria d’Irsi).

S Giuseppe - Taccone
Funzionano (1965) regolarmente soltanto le parrocchie: Cattedrale, San Francesco, Sant'Agostino, Immacolata, San Giuseppe. Le due ultime sono di nuova istituzione: la prima costruita al nuovissimo rione Croci, sul posto dove sorgeva l’abbeveratoio comunale; la seconda nel borgo Taccone, ormai disabitato e abbandonato. 
Lo spirito religioso non è molto più vivo di quanto fosse un secolo fa, malgrado lo spirito d’iniziativa di alcuni giovani sacerdoti. I nostri vicini Altamurani raccontano una storiella che dovrebbe dimostrare la scarsa intelligenza degli Irsinesi. Essa, al contrario, denota spirito realistico e, se mai, conferma il modesto senso fideistico dei Montepelosani. Dice la storiella che una volta gli Irsinesi vollero mettere alla prova l’esistenza di Dio e perciò modellarono un Cristo di neve. Poi lo misero in un forno ben riscaldato per controllare se conservasse, per miracolo, l’originaria compattezza. Ahimè! Il Cristo di neve si sciolse.
dipinto nella chiesa del Purgatorio, particolare
Dicevo, dunque, che lo spirito religioso degli Irsinesi dovette essere molto scarso nell’ultimo secolo, ad onta, anche, delle numerose, frequenti e fastose cerimonie e feste religiose, e c’è da credere, anzi, che la religione, almeno fra la maggioranza della popolazione, sia rimasta al livello del paganesimo e della superstizione, se è vero come è vero, che pratiche chiesastiche, scongiuri, fatture, magia e spiritismo si sono intrecciati e mescolati con molta facilità e disinvoltura nell’animo popolare, mantenendo in vita miti e leggende di un’età antichissima, e creandone altri, in cui il sacro e il profano si trovano, in maggiore o minore misura, confusi. È vero non ci sono mai stati maghi e fattucchiere nel nostro paese, almeno a memoria d’uomo e specialmente gli uomini hanno sempre asserito di non credere agli esimi personaggi di Gravina, Genzano, Spinazzola o Castellaneta che maggiormente si sono fatti un nome in materia di scongiuri e di magia. Ma è raro trovare un Irsinese che accetti (meglio: accettava) di accendere, terzo, la sigaretta a un medesimo fiammifero; o che non giurasse, qualche decennio fa sulla reale esistenza del tale o tal altro spirito o fantasma che dir si voglia.
Di origine, diciamo così, dotta, sono, molto evidentemente, le giaculatorie e le preghiere diffuse tra il popolo fino a qualche tempo fa, e che ore sono scomparse, sostituite da altre, sempre importate. Un esempio ci è offerto dalle seguenti, recitate in un dialetto che pretende o che risente dell’originale italiano o latino:

E diciamo il verbo di Dio,
è l’ora del gran Signore,
la croce è fatta per i peccatori,
la croce è tanto fina e tanto lunga: 
un braccio in cielo
e un altro in terra;
alla valle di Giosafatte
non avrai dove mettere mano;
tremerà la nostra vita
come trema la foglia della vite;
tremerà la nostra anima
come trema la foglia dell’albero;
tremerà il nostro corpo
come trema la foglia all’orto.
E adesso scende San Giovanni
con il libro d’oro in mano.
Va dicendo:
peccatori e peccatrici,
chi sa il verbo di Dio
se lo dica,
e chi non lo sa
vada a impararlo.
A quel mondo è richiesto,
dove con botte
e con fruscii (sic) di lacrime
sei accompagnato.

* * *
Mi corico nel letto
Con l’angelo perfetto
e con la regina madre
e Dio che mi accompagna.
Di notte e di giorno
con la vergine Maria,
in mezzo alla casa
l’angelo steso,
sopra il letto
l’angelo aperto,
al capezzale Gesù Cristo
e San Giovanni
con le braccia aperte.
Nel cammino
c’è l’angelo Raffaele.
Alleluja alleluja
Gesù Cristo è con noi.

* * *

Io ti chiudo la porta Santa,
col bastone di San Giuseppe.
Chi vuole male a me,
possa perdersi per la via.

Le dette preghiere sono recitate di sera, al momento di andare a letto come del resto la seguente:

Dies, Irae, dies illa,
Serva e secula e cunsapilla (sic).
Gesù mio, che gran terrore,
come giudice comparirai.
E non stai giorni ed anni
condannato con tanto affanno.
Quando quelle anime risorgeranno,
nel giorno del giudizio universale,
sorgerà morte e natura
dall’antica sepoltura.
Colpe e pene si confessano,
davanti a Dio le presento.
Alla eterna maestà,
che si salva si salverà.
E dal fondo di pietà
non farci perdere questa vita.
Tu ci creasti,
tu ci salvasti.
Sopra un legno di croce (in croce?)
ci accompagnasti.
Alla fine non basta
tribolare con azione,
Davanti a Dio quest’orazione.
All’eterna maestà,
chi si salva si salverà.
E salva quelle anime
dal fondo di pietà.
Tieni a mente
Grande Dio,
non farci perdere
questa vita.
Davanti a Dio sia dato
fra gli angeli beati,
separati i maledetti
nel fuoco eterno e stretto
e non stai giorni ed anni,
condannato con tanto affanno.
Dies irae et lacrimosae,
pace ai vivi e ai defunti,
a quelle anime
dona eis Domine,
requiescant in pace
amen.

Non esistono cenni di letteratura popolare religiosa che non siano mescolati a motivi magici e spiritistici, o che non abbiano un fondo satirico e, in sostanza di incredulità. Come la storia del peccatore pentito, per esempio. Essa racconta che un giovane a venti anni, avendo commesso ogni sorta di peccato e volendo abbandonare quella sua vita dissipata e condannata, dovette farsi ricevere dal papa per ottenere la promessa dell’assoluzione, non avendo voluto, il parroco e il vescovo del suo paese, assumersi tanta responsabilità. Lo stesso Santo Padre però gli consigliò, per ottenerla, una penitenza di almeno vent’anni in un bosco esterno, tanto erano gravi i peccati commessi. Soprattutto ammonì il giovane a non mangiare più carne, mai; a non bere più vino per nessuna ragione; a non conoscere più donna, a pena dell’inferno. Ma il povero penitente, giunto nel bosco indicatogli con tutta la buona volontà di pentirsi e con tutto l’ardore di propositi intatto ebbe la sfortuna di imbattersi in un convento di Santissime monachelle le quali, per la sicura salvezza del peccatore e per la maggior gloria del Signore, trovarono il modo di convincerlo che bere il moscato non significava bere vino, che gli uccelli e i polli non erano carne e che, soprattutto giacersi con loro equivaleva ad uccidere per sempre ogni desiderio di donna e perciò era l’unico modo di tenersi lontano dalla lussuria.
Come si concluda la storiella a noi non interessa, ma non è difficile da indovinarsi.
(1 - continua)

tratto dal libro di 






Michelino Dilillo 






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martedì 1 ottobre 2019

lo stemma di Montepeloso


Un decreto reale del 28 marzo 1895 accontentò gli amministratori comunali di Montepeloso … pardon … di Irsina, i quali, con deliberazione del 1° maggio dello stesso anno, ripristinarono il vecchio stemma di Montepeloso, «Consistente in tre monticelli con cinque spighe, delle quali tre poste sul monticello di mezzo ed una per ciascuno dei monticelli laterali. Le spighe comunemente si intende che vogliano dinotare dovizia di terre sative; ma una interpretazione forse più giusta vuole che queste spighe siano un ricordo della spiga che fu impronta della moneta di Eraclea e Metaponto e che furono elevate nello stemma della città per commemorare la sua greca origine. Infatti simili spighe si osservano negli stemmi delle città della Basilicata le quali pretendono ugualmente aver avuto origine greca, come sono Bernalda, Pisticci, Craco, Montescaglioso, Brindisi, ecc.”


Lo stemma di Irsina è legato a una vicenda storica. Esso rappresenta tre colli e cinque spighe su uno scudo, ma inizialmente le spighe erano sei; una fu donata, perché se ne servisse di stemma gentilizio, al benemerito cittadino arcidiacono Antonio Maffei, il quale dottamente seppe perorare presso il papa Sisto IV la restaurazione del Vescovato di Montepeloso nel 1479. 


lunedì 12 agosto 2019

agosto nella storia di Irsina fra 800 e 900


In agosto si continua a trebbiare, ma soprattutto si aspetta il vento per ventolare per separare il grano dalla paglia, lanciando in aria, con le pale di legno, le spighe già battute.
A volte, specialmente per le fave che richiedono vento forte, si attendeva fino a settembre, ai primi venticelli autunnali, tanto afose ed immote sono, certe volte, le giornate di agosto.
Né sono mancati, ogni tanto, casi di incendi per autocombustione.
In agosto ci fu l’unico attacco aereo anglo-americano, sul nostro paese, durante la seconda guerra mondiale. Il 25 agosto 1943 stormi di quadrimotori inondarono i nostri campi già mietuti, le ristoppie disseminate di usìdd, le aie piene di biche, con piastrine e spezzoni incendiari cadenti da altissima quota, dove luccicavano minuscoli e argentei i liberators.
Usìdd sono piccole biche provvisorie, formate subito dopo la mietitura in attesa che i covoni, ormai ben asciutti e rassodati dal sole, possano essere carrati e sistemati in biche sull'aia.
Nel mese di agosto ci fu un altro incendio rimasto famoso punto di riferimento per contare gli anni. Nel luogo dove ora è sistemata la piazza Andrea Costa, alla fine del’800, si faceva l’aia comune, quando le croci, che avevano dato il nome al luogo, già non c’erano più. In un anno imprecisato ma che deve cadere secondo i riferimenti di coloro che calcolano l’età da quella data, immediatamente prima della fine del secolo passato tra il 1895 e il 1900, un incendio si sviluppò in quell’aia collettiva, per cause imprecisate, distruggendo buona parte del raccolto irsinese almeno quello dei contadini piccoli e medi, giacché i ricchi non accedevano all'aia collettiva, ma trebbiavano sulle proprie aie nelle loro masserie. 

Da allora si perdette l’abitudine di accostare all’abitato tutti i cereali da trebbiare, ed il tentativo di riprendere l’esperienza nell’ultimo dopoguerra, è stato subito reso vano dall’introduzione massiccia dei mezzi meccanici che alla metà di luglio fanno trovare tutto il raccolto in paese, magari già venduto. Non poche volte specialmente i contadini poveri, vendevano già a maggio, in erba, i loro raccolti a speculatori forestieri.

tratto dal libro di 





Michelino Dilillo 






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giovedì 4 luglio 2019

Riforma agraria, occupazione delle terre, Taccone


Dopo la Riforma agraria vi furono a Irsina diversi anni di relativo benessere non solo per i contadini ma per quasi tutta la cittadinanza. Muratori, falegnami, ferraioli lavorarono a più non posso, i negozianti di stoffe e i sarti videro accrescere i loro guadagni. Poi quell’ondata di benessere sembrò calare. Un contadino una volta paragonava l’Ente Riforma a un aereo con un grosso buco da cui perdeva la benzina a fiotti: sarebbe andato avanti finché avesse potuto. La benzina, nel discorso di quel contadino, rappresentava le ingenti somme di denaro sparse a piene mani dall’Ente su Irsina. Finita quella benzina, i braccianti e i piccoli contadini e gli assegnatari e gli edili che avevano avuto un certo respiro per i lavori commissionati dall’Ente Riforma, ricominciarono ad agitarsi, ricordando gli imponenti scioperi del dopoguerra, le grandi occupazioni di terre dal 1947 al 1949 che avevano dato alla cittadinanza irsinese un alone di turbolenza. Infatti in quegli anni le agitazioni sociali furono molte intense. Spesso ci fu a Irsina quasi lo stato d’assedio e pattuglie di Polizia e Carabinieri, in assetto di guerra presidiavano il paese con autoblindo.
Ma già qualche anno prima la vivacità degli Irsinesi si era manifestata anche con gravi fatti. Quando i Tedeschi abbandonarono Irsina, il 22 settembre 1943 la popolazione, esacerbata dagli abusi di fascisti locali e specialmente sentendosi finalmente libera dall’incubo di una settimana di occupazione nazista, incominciò a manifestare per le strade e si inasprì fino al punto da massacrare un pover’uomo che era stato sino a quel giorno segretario comunale. Fortunosamente scampò invece al linciaggio della folla un altro individuo che pare avesse avuto davvero continui e poco chiari rapporti con i Nazisti.


La situazione economica e sociale di Irsina deve far comprendere appieno quella famosa turbolenza attribuita al popolo irsinese.
Come in diversi altri luoghi della Basilicata, nel 1949 esisteva a Irsina una larghissima schiera di braccianti agricoli in condizioni precarie vicine alla fame e un ristretto gruppo di proprietari terrieri che possedevano vastissimi latifondi che a volte neppure coltivavano appieno. Di qui le agitazioni e gli scioperi per il lavoro e per la terra e di qui l’affluenza della popolazione nei partiti di sinistra e in particolare nel PCI.
Veramente Irsina ha una lunga tradizione socialista: già intorno al 1885 a Montepeloso esisteva una Società di Mutuo Soccorso di impostazione socialista e dal 1911 la amministrazione comunale fu tenuta dai rossi e fu lasciata nel 1923 solo in seguito alle violenze fasciste e al bando, dai fascisti decretato, contro eminenti concittadini come il maestro Vincenzo Torrio e l’avvocato Di Mase.

Con la Riforma Agraria furono scorporate e assegnate a braccianti agricoli le vastissime tenute della contessina Nugent a Notargiacomo, a San Giovanni, a Monteverdese; le zone di Taccone e di Piana Cardone, i terreni fertilissimi della valle del Bradano. Zone intere che prima erano abbandonate al pascolo o isterilite in monotone colture estensive furono spezzettate a dar lavoro e sostentamento a diverse centinaia di famiglie sottratte così alla miseria nera e alla fame.

Verso le Difese, nella zona Matinelle è sorto il Villaggio Difese, meglio conosciuto come Santa Maria d’Irsi, anche se non ha nulla a che fare col monte Irsi. Il Borgo dovrebbe dare la terra e la casa a centinaia di famiglie contadine in molti poderi dotati di abitazione e di stalla. Nel Borgo sono sorti numerosi edifici, dalla scuola alla caserma dei Carabinieri, dalla casa Comunale alla chiesa che sembra di gran lunga la più bella costruzione. Tutto fu progettato nel 1947 e nell’aprile di 1948, pochi giorni prima delle elezioni politiche, uomini di promo piano della vita pubblica vi posero la prima pietra. Il Villaggio non è ancora abitato e le casette sparse nei poderi intristiscono nella solitudine e nell’abbandono.

Altri borghi rurali sono sorti nelle zone espropriate dall’Ente: Notargiacomo, San Giovanni, e Taccone; i nomi di questi borghi sono legati a una tappa fondamentale dello sviluppo economico e sociale del paese: rappresentano la Riforma Agraria, la terra ai contadini, la prima comparsa della meccanizzazione agricola e dei processi moderni di coltivazione dei campi.


tratto dal libro di 




Michelino Dilillo 






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Madonna di Juso - Magna Grecia, Bizantini a Montepeloso


Si fa risalire ai coloni della Magna Grecia l’essersi spinti all’interno di questa terra di boschi (Lucania vuol dire terra di boschi) fino a fondare un villaggio se non proprio nel posto dove sorge ora Irsina, almeno nelle immediate vicinanze. Un intero quartiere del paese è dedicato a quei primi fondatori: una via, un largo e fino a qualche tempo fa vi era anche un Arco dei Greci. Questo crollò in seguito a frane e si portò dietro nella caduta parecchie case ultracentenarie. Anche una contrada di campagna è consacrata ai Greci e immediatamente fuori del paese, dalla parte del quartiere dei Greci, Janora afferma che ci fosse una chiesa della Madonna dello Juso, la cui statua, che ora è conservata in cattedrale, pare rappresentasse a quei tempi antichissimi, una dea pagana.

Sembra quindi che il nucleo originario di Irsina debba risalire a tempi avanti Cristo, ma i primi documenti sicuri risalgono a qualche decennio prima dell’anno Mille, allorché (988) Montepeloso venne distrutta dai Saraceni. Nel 1010 i cognati Melo e Dato da Bari capeggiarono una rivolta contro il governo dei Bizantini con cui si scontrarono a Montepeloso, sull'altipiano che immediatamente segue l’attuale chiesa di Sant'Agostino.
Nel Medioevo la vita del piccolo Montepeloso non deve essere stata molto tranquilla se resti di unitissime mura si possono ancora vedere oggi, se tre porte (Portarenacea, Porticella e Sant’Eufemia) e un capace fossato ne sbarravano l’accesso e se si notano i segni della presenza, oltre che dei Bizantini, anche dei Saraceni e dei Normanni. Pare, anzi che nel 1133 tutta la popolazione fino ai vecchi e ai neonati, sia stata passata a fil di spada da Ruggiero II il Normanno, inferocito per la lunga e fiera resistenza oppostagli dalla cittadella, come ben descrive Don Peppino Arpaia nei suoim appunti di storia montepelosana.

Del resto, un museo cittadino allestito dallo stesso Janora, raccoglie cimeli di ogni età, dalle epoche primitive alle più recenti.
Tratto dal libro di 



Michelino Dilillo 






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giovedì 2 maggio 2019

il primo maggio a Irsina

Irsina, 1 maggio 1958
Non è facile stabilire quando il primo maggio sia stato celebrato per la prima volta a Irsina; come fatto puramente politico ciò avvenne il 1896, e due anni dopo, il 1898, il primo maggio fu occasione di un tumulto spontaneo, causato dalla fame. È certo, comunque, che alla fine del primo decennio del Novecento la festa era entrata a far parte delle usanze della maggior parte della popolazione. Il modo di festeggiare il primo maggio, in quegli anni, era però del tutto sui generis. Mentre infatti, in Italia e nel mondo il primo maggio era una giornata di lotta che preannunziava la grande battaglia che il socialismo avrebbe dato alla borghesia, a Irsina era l’occasione per fare una scampagnata all’aperto, in campagna, e ripeteva la scomparata del lunedì di Pasqua. Fu solo nel primo dopoguerra che la ricorrenza della festa dei lavoratori acquistò il suo significato proprio. Questa, anzi, entrò essa stessa a far parte delle tradizioni irsinesi dando il via ad un costume che ha fatto sentire i suoi effetti fino a qualche anno fa. 
Non per niente durante il periodo fascista si cercò, per quanto fu possibile alle autorità del tempo e con tutto lo zelo di cui esse si dimostrarono capaci, che non fu poco, di fare persino dimenticare quella ricorrenza. Al primo maggio infatti, sono legati gli episodi più odiosi della persecuzione fascista.
Era diventata usanza, per le squadre fasciste, irrompere nelle case private durante festeggiamenti familiari, come nozze, battesimi, trattenimenti, mascherate e portarvi lo scompiglio con il manganello e l'olio di ricino. Queste squadre, ed alcuni elementi di punta in particolare, pretendevano, per esempio di fare il primo giro di ballo con la sposa mentre la nostra tradizione lo riserva come si è visto solo ed esclusivamente allo sposo sia pure con la mediazione del compare di fede; e comunque anche nel seguito dello sposalizio, mai, qualunque invitato può chiedere di ballare con la sposa. E i fascisti non erano nemmeno invitati. Si ripeteva, su scala più vasta e sotto l'usbergo della legge, l'episodio di Rocco Maccù, tanto tragicamente chiusosi in corte d'assise. Ma ora non esistevano più preture, tribunali, o qualsivoglia corte se non per condannare al carcere e al confino i sovversivi.
Per prevenire quindi episodi consimili, negli anni successivi al 1930 il costume irsinese aveva subito quella profonda involuzione che lo ha chiuso in se stesso e lo ha reso sospettoso, in certi casi, anche dell'amico e del compagno. Tutte le feste che non fossero strettamente necessarie o d'obbligo, cessarono del tutto. Si spense specialmente l'usanza del ballo tra famiglie amiche e tra amici in genere, tanto che ancora fino a qualche anno fa era difficile organizzare un trattenimento danzante al di fuori degli schemi fissi degli sposalizi. E comunque non era pensabile, per un giovanotto, invitare una ragazza ad un ballo a meno che non la conoscesse tanto bene, e soprattutto non conoscesse così bene i familiari, i genitori in particolare, da essere sicuro di non ricevere un rifiuto. 
Irsina, 1 maggio 1958
Per il primo maggio stesso negli anni dell'ultimo dopoguerra si tentò più volte di organizzare un ballo popolare in luogo chiuso o all'aperto. I risultati furono sempre tanto negativi da scoraggiare ogni insistenza. 
Il momento centrale della manifestazione del primo maggio, è, dopo la fiaccolata della sera precedente, la grande sfilata per le vie del paese. Tutti aspettano con ansia questo momento per valutare la forza complessiva del movimento dei lavoratori e trarne conforto o sconforto secondo i punti di vista. 
Per tentare di smorzare l'importanza della festa del Primo Maggio, nel 1955 papa Pio XII, in passato vicino al fascismo, istituì la festa religiosa di San Giuseppe Lavoratore nel tentativo di assorbire in festa religiosa la portata politica e di rivendicazione della festa dei Lavoratori. Ma il tentativo, benché riportato regolarmente sUi calendari, risultò vano.
Proprio su questo terreno, a Irsina, tramontato ormai ogni tentativo di impedire con la forza lo svolgimento del corteo si è cercato, negli anni di Scelba e del grande ricatto dell'Ente Riforma, di contrastare l'influenza dei partiti operai organizzando contromanifestazioni e suscitando incidenti a volte gravi fino al sopruso delle autorità di pubblica sicurezza che pretendevano di imporre la divisione dell'abitato in due zone, da riservare, rispettivamente la parte vecchia alla Camera del Lavoro, la parte nuova alla C.I.S.L. 
Il grave stava nel fatto che poi non c'era alcuna festa nella parte nuova, e quindi tutto si riduceva a confinare la manifestazione popolare nei quartieri del paese vecchio, delimitati da piazza Garibaldi e l'arco di Sant’Eufemia. Ma anche questa nuova manovra si è esaurita, in pochi anni, e la festa del lavoro ha conquistato; ormai, tutta la popolazione, che accorre, felice e festante ad ascoltare l'orchestrina e i cantanti che si esibiscono la sera, in piazza Garibaldi.
Importante, comunque, è che negli ultimissimi anni (1965) non ci sono state più nemmeno le tradizionali denunce per questua abusiva, che era il modo abituale, per le autorità di pubblica sicurezza, di partecipare alla festa del lavoro.

Tratto dal libro di 









Michelino Dilillo 






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giovedì 20 settembre 2018

MONTEPELOSO 1799 - l'albero della libertà


Alla fine del ‘700 Montepeloso contava 5565 abitanti.
Sindaco era Nicola Altieri.
Dopo la proclamazione della Repubblica Partenopea il 23 gennaio 1799, Montepeloso fu uno dei primi luoghi democratici sorti in Basilicata. 
Già nel febbraio 1799, infatti, in Largo SS Salvatore fu innalzato l’albero della libertà
A capo del movimento democratico vi erano Giacomo d’Amati e altri, mentre incoraggiamento al popolo insorto veniva anche dal vescovo Michele Arcangelo Lupoli che, già impegnato a combattere la corruzione del clero locale, riconosceva nelle idee di libertà e uguaglianza fra gli uomini lo spirito più autentico del verbo evangelico di Cristo. 
Intorno all'albero della libertà si riuniva l’assemblea di tutto il popolo, alla presenza della più bella fanciulla del paese che fu chiamata a rappresentare la statua della libertà.

Davanti all'albero della libertà si celebravano anche i matrimoni. 
In quell'occasione un municipalista profferiva la formula:

Albero mio fiorito
Tu sei la sposa e tu il marito.

Gli atti pubblici recavano l’intestazione
LIBERTÀ’ e UGUAGLIANZA
E si chiudevano con le parole:
SALUTE E FRATELLANZA.

Intanto il cardinale Fabrizio Ruffo a partire dalla Calabria aveva reclutato migliaia di uomini pronti a tutto ed era partito per assalire le città che avevano proclamato la Repubblica, batterne la resistenza e restaurare il potere borbonico sul regno di Napoli. Michele Janora definisce quella truppa: "una feroce accozzaglia di montanari, birri e galeotti."

Il cardinale Ruffo aveva battezzato questa compagine di sanguinari
Esercito della santa fede in nostro signore Gesù Cristo”,
noto nella più nota abbreviazione di esercito sanfedista nel quale aveva arruolato pericolosi criminali come ad esempio il bandito calabrese Nicola Gualtieri detto Panedigrano che fu fatto uscire dal carcere di Messina dove scontava l’ergastolo per diversi efferati omicidi a scopo di rapina a messo a capo di tutti gli altri detenuti liberati appositamente assieme a lui a costituire una piccola legione di circa 1000 assassini di professione, armati e assetati di bottino.

Avuta notizia dell’avvicinarsi del cardinale Ruffo con le sue orde di briganti, Montepeloso inviò 61 uomini armati ad Altamura per partecipare alla difesa di quella città che come Montepeloso aveva aderito alla Repubblica.
Ma dopo il saccheggio del centro pugliese, durante il quale fu fatto scempio anche dei difensori montepelosani, la nostra città fece atto di sottomissione. Ruffo ricevette in Altamura una delegazione di Montepelosani che, in cambio di forti somme di denaro, cavalli, bestiame e provviste alimentari, ottennero che la città non fosse saccheggiata dalle sue truppe.
Giacomo d’Amati a cui furono confiscati i beni, si riallineò ben presto alla fedeltà borbonica mentre il vescovo Lupoli vide saccheggiata la sua dimora e subì lunghe persecuzioni a opera dello stesso Giacomo d'Amati che giunse a porre una taglia sulla sua testa tanto che egli sfuggì miracolosamente a tre tentativi di omicidio e a opera del Giudice Licchelli, corrotto e venale, che acquisite false testimonianze lo fece addirittura incarcerare
Tanto malanimo proveniva da parte del clero montepelosano che, dedito a "scandali" di vario genere, era stato più volte redarguito dal Lupoli il quale scrisse anche al Re per denunciare, fra le altre nefandezze dei preti locali, la estorsione di forti somme al popolo, la malversazione, il disinteresse per la cura delle anime e l'uso dei confessionali per innominabili convegni carnali.

Fonti:

  • Francesco Leoni, Storia della controrivoluzione in Italia (1789-1859), Napoli, Guida, 1975. 
  • Michele Janora - Saggio di cronaca montepelosina - Potenza 1905
  • Michelino Dilillo - Il nostro paese fra cronaca e storia - Matino, 1967