Montepeloso
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giovedì 4 marzo 2021

Le campane - Religiosità popolare e pensiero magico a Montepeloso fra Ottocento e Novecento – 4^ puntata


Le campane delle chiese di Irsina avevano un particolare rilievo nella vita della chiesa e della città.

La Cattedrale ha la campana grande che suona a gloria in occasione di feste e di cerimonie solenni, a mortone per funerali e per riti funebri in genere; quella di Sant’Eufemia, la campanella che serve nella normalità per chiamare i fedeli a messa o ad altre ordinarie funzioni religiose.

 

La campana di San Francesco, nella chiesa omonima, dove si venera anche Sant’Antonio da Padova, suonava, su richiesta dei fedeli, a pagamento, in occasione di nascite, grazie ricevute, lieti eventi in genere. Il suo rintocco, in questi casi, è breve, ripetuto, sonorissimo. È detto i’ ntinn’a Sant’Antonj.

Qualche volta, capitava anche, sono stati fatti suonare i’ ntinn’, i rintocchi, per festeggiare come grazia ricevuta la morte di un nemico molto odiato.

Chi suonava i’ ntinn’, fino a non molti anni fa, era una donna che fungeva da sacrestana, soprannominata Mezzanotte. Ella non era tenuta a chiedere per quali motivi si facessero suonare i’ ntinn’ a Sant’Antonj, né era tenuto a dare spiegazioni di sorta il postulante. Anche le campane di Sant’Eufemia che producono per l’occasione, un suono argentino e tintinnante, sono messe in funzione all’avvicinarsi di temporali, ché esse avrebbero il potere, sempre a detta dei fedeli di fermare il nembo che si avvicina e di stornarlo dall’abitato e dal territorio di Montepeloso. 

tratto dal libro di 







Michelino Dilillo 






IRSINA 


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sabato 26 ottobre 2019

Religiosità popolare e pensiero magico a Montepeloso fra Ottocento e Novecento – 1^ puntata


Lo spirito religioso degli Irsinesi è stato, almeno nel XIX secolo, piuttosto scarso, malgrado che alla fine del Settecento il clero di Montepeloso contasse poco meno di un centinaio di membri tra abati, cappellani, diaconi, suddiaconi, chierici e novizi; oltre, s’intende, agli ospiti dei conventi, soppressi successivamente, nel 1809, e che allora erano quattro:
il Real Convento dei Minori Conventuali di San Francesco d’Assisi in Montepeloso sorto, secondo una tradizione, per opera dello stesso San Francesco, nell'attuale chiesa a lui intitolata, e nei locali annessi, al largo Plebiscito, nel 1228, ma costituito ufficialmente solo nel 1531;
il Cenobio di San Vito dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, allocato nell’attuale chiesa di Sant’Agostino e nei locali adiacenti la cui fondazione è fatta risalire al periodo che va dal 1531 al 1570;
il Convento dei Cappuccini, il quale, fondato nel 1570 in locali ormai scomparsi e siti in zona ancora detta dei Cappuccini, e soppresso nel 1809 rivisse per qualche anno, nel 1860, ad opera di pochi elementi, i quali lo abbandonarono ben presto segno evidente del cambiamento dei tempi;
convento S. Chiara
il Convento delle monache di Santa Chiara, fondato tra il 1655 e il 1674, come si desume da alcuni documenti, a che visse di vita stentata fino ai giorni nostri, si può dire, nei locali che furono abbattuti, tra il 1934 e il 1937, per costruirvi l’attuale edificio scolastico di piazza Garibaldi. Quest’ultimo convento non dovette essere proprio un modello di carità e di pietà religiosa se, come riferisce lo stesso Janora, molti inconvenienti vi si verificarono e furono rilevati dagli stessi superiori ecclesiastici. 
San Nicola de Morgitiis

Attualmente il clero irsinese conta meno di dieci membri. Molte chiese sono chiuse o risultano scomparse (San Filippo, nel quartiere San Filippo; San Nicola dei poveri; della Madonna dei Martiri, fuori Portarenacea; Santa Maria Nuova di Juso, fuori la Porticella), altre sono aperte solo nominalmente ed occasionalmente (Addolorata, Annunziata; San Nicola de Morgitiis, in largo San Nicola; Sant’Andrea; S.S. Salvatore; Purgatorio; San Rocco; Calvario; Madonna della Pietà; Santa Maria d’Irsi).

S Giuseppe - Taccone
Funzionano (1965) regolarmente soltanto le parrocchie: Cattedrale, San Francesco, Sant'Agostino, Immacolata, San Giuseppe. Le due ultime sono di nuova istituzione: la prima costruita al nuovissimo rione Croci, sul posto dove sorgeva l’abbeveratoio comunale; la seconda nel borgo Taccone, ormai disabitato e abbandonato. 
Lo spirito religioso non è molto più vivo di quanto fosse un secolo fa, malgrado lo spirito d’iniziativa di alcuni giovani sacerdoti. I nostri vicini Altamurani raccontano una storiella che dovrebbe dimostrare la scarsa intelligenza degli Irsinesi. Essa, al contrario, denota spirito realistico e, se mai, conferma il modesto senso fideistico dei Montepelosani. Dice la storiella che una volta gli Irsinesi vollero mettere alla prova l’esistenza di Dio e perciò modellarono un Cristo di neve. Poi lo misero in un forno ben riscaldato per controllare se conservasse, per miracolo, l’originaria compattezza. Ahimè! Il Cristo di neve si sciolse.
dipinto nella chiesa del Purgatorio, particolare
Dicevo, dunque, che lo spirito religioso degli Irsinesi dovette essere molto scarso nell’ultimo secolo, ad onta, anche, delle numerose, frequenti e fastose cerimonie e feste religiose, e c’è da credere, anzi, che la religione, almeno fra la maggioranza della popolazione, sia rimasta al livello del paganesimo e della superstizione, se è vero come è vero, che pratiche chiesastiche, scongiuri, fatture, magia e spiritismo si sono intrecciati e mescolati con molta facilità e disinvoltura nell’animo popolare, mantenendo in vita miti e leggende di un’età antichissima, e creandone altri, in cui il sacro e il profano si trovano, in maggiore o minore misura, confusi. È vero non ci sono mai stati maghi e fattucchiere nel nostro paese, almeno a memoria d’uomo e specialmente gli uomini hanno sempre asserito di non credere agli esimi personaggi di Gravina, Genzano, Spinazzola o Castellaneta che maggiormente si sono fatti un nome in materia di scongiuri e di magia. Ma è raro trovare un Irsinese che accetti (meglio: accettava) di accendere, terzo, la sigaretta a un medesimo fiammifero; o che non giurasse, qualche decennio fa sulla reale esistenza del tale o tal altro spirito o fantasma che dir si voglia.
Di origine, diciamo così, dotta, sono, molto evidentemente, le giaculatorie e le preghiere diffuse tra il popolo fino a qualche tempo fa, e che ore sono scomparse, sostituite da altre, sempre importate. Un esempio ci è offerto dalle seguenti, recitate in un dialetto che pretende o che risente dell’originale italiano o latino:

E diciamo il verbo di Dio,
è l’ora del gran Signore,
la croce è fatta per i peccatori,
la croce è tanto fina e tanto lunga: 
un braccio in cielo
e un altro in terra;
alla valle di Giosafatte
non avrai dove mettere mano;
tremerà la nostra vita
come trema la foglia della vite;
tremerà la nostra anima
come trema la foglia dell’albero;
tremerà il nostro corpo
come trema la foglia all’orto.
E adesso scende San Giovanni
con il libro d’oro in mano.
Va dicendo:
peccatori e peccatrici,
chi sa il verbo di Dio
se lo dica,
e chi non lo sa
vada a impararlo.
A quel mondo è richiesto,
dove con botte
e con fruscii (sic) di lacrime
sei accompagnato.

* * *
Mi corico nel letto
Con l’angelo perfetto
e con la regina madre
e Dio che mi accompagna.
Di notte e di giorno
con la vergine Maria,
in mezzo alla casa
l’angelo steso,
sopra il letto
l’angelo aperto,
al capezzale Gesù Cristo
e San Giovanni
con le braccia aperte.
Nel cammino
c’è l’angelo Raffaele.
Alleluja alleluja
Gesù Cristo è con noi.

* * *

Io ti chiudo la porta Santa,
col bastone di San Giuseppe.
Chi vuole male a me,
possa perdersi per la via.

Le dette preghiere sono recitate di sera, al momento di andare a letto come del resto la seguente:

Dies, Irae, dies illa,
Serva e secula e cunsapilla (sic).
Gesù mio, che gran terrore,
come giudice comparirai.
E non stai giorni ed anni
condannato con tanto affanno.
Quando quelle anime risorgeranno,
nel giorno del giudizio universale,
sorgerà morte e natura
dall’antica sepoltura.
Colpe e pene si confessano,
davanti a Dio le presento.
Alla eterna maestà,
che si salva si salverà.
E dal fondo di pietà
non farci perdere questa vita.
Tu ci creasti,
tu ci salvasti.
Sopra un legno di croce (in croce?)
ci accompagnasti.
Alla fine non basta
tribolare con azione,
Davanti a Dio quest’orazione.
All’eterna maestà,
chi si salva si salverà.
E salva quelle anime
dal fondo di pietà.
Tieni a mente
Grande Dio,
non farci perdere
questa vita.
Davanti a Dio sia dato
fra gli angeli beati,
separati i maledetti
nel fuoco eterno e stretto
e non stai giorni ed anni,
condannato con tanto affanno.
Dies irae et lacrimosae,
pace ai vivi e ai defunti,
a quelle anime
dona eis Domine,
requiescant in pace
amen.

Non esistono cenni di letteratura popolare religiosa che non siano mescolati a motivi magici e spiritistici, o che non abbiano un fondo satirico e, in sostanza di incredulità. Come la storia del peccatore pentito, per esempio. Essa racconta che un giovane a venti anni, avendo commesso ogni sorta di peccato e volendo abbandonare quella sua vita dissipata e condannata, dovette farsi ricevere dal papa per ottenere la promessa dell’assoluzione, non avendo voluto, il parroco e il vescovo del suo paese, assumersi tanta responsabilità. Lo stesso Santo Padre però gli consigliò, per ottenerla, una penitenza di almeno vent’anni in un bosco esterno, tanto erano gravi i peccati commessi. Soprattutto ammonì il giovane a non mangiare più carne, mai; a non bere più vino per nessuna ragione; a non conoscere più donna, a pena dell’inferno. Ma il povero penitente, giunto nel bosco indicatogli con tutta la buona volontà di pentirsi e con tutto l’ardore di propositi intatto ebbe la sfortuna di imbattersi in un convento di Santissime monachelle le quali, per la sicura salvezza del peccatore e per la maggior gloria del Signore, trovarono il modo di convincerlo che bere il moscato non significava bere vino, che gli uccelli e i polli non erano carne e che, soprattutto giacersi con loro equivaleva ad uccidere per sempre ogni desiderio di donna e perciò era l’unico modo di tenersi lontano dalla lussuria.
Come si concluda la storiella a noi non interessa, ma non è difficile da indovinarsi.
(1 - continua)

tratto dal libro di 






Michelino Dilillo 






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lunedì 3 giugno 2019

Giugno e luglio nelle tradizioni di Montepeloso Irsina


Per il 24 giugno, natività di San Giovanni Battista, si mettevano in movimento tutte le ragazze da marito, timorose e speranzose nello stesso tempo. La sera del 23 esse esponevano, al sereno fresco della notte, dei fiori di cardo che da noi si chiamano appunto i San Giuwann, dopo averli esposti ad una fiamma fino a bruciacchiarli.
La mattina successiva le ragazze accorrono al balcone o alla finestra, piene d’ansia, a leggervi il vaticinio. Se il cardo sarà appassito la signorinella si attenderà una ben triste sorte perché non troverà facilmente marito. Se, invece, l’umidità della notte ha ravvivato il cardo, l’avvenire della ragazza è pieno di speranza e un fidanzamento è in vista. Il risultato, tuttavia, non è mai stato definitivo da non lasciare almeno una speranza o da non suscitare qualche perplessità. Tutto dipende, cioè, dal grado di bruciacchiatura del san Giuwann, il quale si riprenderà nella misura che la fiamma non ne ha ustionato gravemente il cormo. E tutto, quindi, ritorna come prima. Le ragazze sperano, le ragazze temono. Ma a quell’età si spera più di quanto si tema.
A luglio si carra e si pesa cioè si trasportano i covoni sull’aia e si trebbia. Si carrava con i traini o a schiena, cioè a dorso di mulo o di asino. Per rendere possibile il carico di un buon numero di covoni sul dorso di una bestia, si usavano certi arnesi detti cònole, gli scheletri di due semicilindri fatti di tamerici o di altri fusti flessibili, che si appendevano orizzontalmente ai due fianchi dell’animale, a mo’ di cesti, e che si colmavano di covoni.
P’i conl e p’a loun
Vann d trendòn

Con le cònole e con la luna vanno di trentuno si diceva di certuni, ai quali, in altre circostanze si chiedeva:
tu ca nan fél e nan tiss,
sti gnumr gruss d’addo i hiss?

Tu che non fili e non tessi, questi gomitoli grossi d’onde li esci?

Si pesava con i muli, e per vincere la noia e il caldo, ma anche per incitare le bestie a girare, con gli occhi bendati, continuamente intorno al contadino che stando fermo in mezzo all’aia, teneva le redini, questi cantava lunghe nenie in cui si parlava di bella lontana, di tradimento, ma anche di storie appassionate o ironiche o salaci, ispirate sempre a fatti paesani realmente accaduti e interrotte ogni tanto dal grido: - ihscé -  di incitamento alle bestie, che si chiamavano Bellina o Colonna o anche Caterina, Ciccillo, Minguccio, come fossero persone.

Le spigolatrici pesavano nell’abitato, con le mazze o con le cinghie e ventilavano con un crivello. C’erano donne che riuscivano a racimolare così, l’annata del grano occorrente alla famiglia. Anche le donne cantavano qualche volta, ma non gli stessi canti degli uomini. Questi cantavano, perché nell’aia svolgevano mansioni d’attesa, fermi al centro della battitura. Ma come potevano cantare le donne, chine continuamente in cerca della spiga caduta, oppure, inginocchiate a menare grandi colpi di mazza per battere il grano? La loro fatica, per quelle che spigolavano, era molto più improba di quella degli uomini.
Ecco alcune strofe di canti dell’aia, in cui la critica sociale e di costume, ma specialmente il sottobosco della vita paesana sono evidenti:
U muntagnùl’ d’ss’:
c’t’n’ i sold’ semp’ cont’;
c’t’n’ a m’gghi’ra boun’
semp’ cant’.
 Tratto dal libro di 



Michelino Dilillo 






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sabato 16 marzo 2019

Marzo nelle tradizioni di Montepeloso


Marzo è il mese d’i pedd,
Sì: delle pelli, il mese, cioè, di più alta mortalità.
Prima che fossero scoperti e largamente usati gli antibiotici, praticamente prima della seconda guerra mondiale, la polmonite mieteva vittime, in Montepeloso, specialmente nel mese di marzo, ventoso per eccellenza.

La posizione stessa del paese espone l’abitato a tutti i venti, e non solo a Portannàzz (Portarenacea), ma anche piazza Castello (piazza Garibaldi, ex piazza del Popolo) offriva a piene mani raffreddori, influenze e polmoniti. Piazza Castello, perciò, è detta anche piazza polmonite.
Molti malati, quindi, nel mese di marzo, e, di conseguenza, molte dipartite. A proposito di malati, una diffusa credenza vieta di offrir loro la mano per salutarli, mentre sono a letto. Sarebbe come dargli l’estremo addio, come augurargli la morte. Per lo stesso motivo, perché augurerebbe la morte all’uomo di casa, al capofamiglia e del tutto di malaugurio posare il cappello sul letto.
È altresì di malaugurio tenere il letto con i piedi verso la porta, o anche la tavola o un tavolo qualunque, perché in quel senso si dispone la bara, in attesa che comincino i funerali, quando c’è un morto in casa.
I morti si accompagnavano al cimitero, fino a pochi anni precedenti la seconda guerra mondiale, con la banda, che intonava, lungo il percorso del funerale, marce funebri. Nel caso di bambini, invece, la banda suonava marcette allegre, per sottolineare la gioia di quei bimbi di volare in cielo, ancora innocenti, dove diventavano angeli.

In rapida successione seguono due importanti ricorrenze, nel mese di marzo - San Giuseppe, il diciannove, e l’Annunziata, il venticinque - che offrivano l’occasione per particolari manifestazioni. 

A San Giuseppe si facevano i paniddòzz, e a San Giuseppe e all'Annunziata i fanòie.
Le famiglie benestanti, dei coloni e dei contadini ricchi preparavano venti, trenta a volte cento pagnottelle che poi, dopo la benedizione in chiesa, venivano distribuite alle anime del purgatorio, cioè ai poveri. Fatto che si ripeteva, in forme diverse, almeno altre due volte nell'anno, il due novembre, con il paiuolo di fef crett, lessate alla monachella, cioè senza togliere l’unghia; e il 13 dicembre, per Santa Lucia, con la cuccèia, una minestra a base di grano e legumi lessati, condita con vincotto di fichi. La differenza consisteva nel fatto che mentre a San Giuseppe i panidòzz le facevano i ricchi, nel giorno dei morti e a Santa Lucia i i fef crett e la cuccèia si faceva in quasi tutte le case dove non mancava qualche pugno di legumi.

Queste erano, in buona sostanza, occasioni da cogliere a volo per tutti: per i poveri occasione di sfamarsi una volta tanto senza troppi sforzi e per i ricchi occasione di acquistarsi a buon mercato un pezzetto di paradiso.

Molto rilievo ebbe negli anni 30, il triduo a San Giuseppe che la famiglia Amato, grossi agrari irsinesi, faceva indire nella cattedrale, in memoria di un congiunto, dal nome Seppe Sante, deceduto alla fine degli anni 20. Il triduo - ciclo di preghiere della durata di tre giorni - si concludeva con la solenne cerimonia la sera del 19 marzo, a cui partecipavano, dopo che la mattina avevano fatto la comunione, tutti i salariati fissi di Seppe Sante, com'era detta la famiglia Amato nel paese, e tutti coloro, ed erano veramente in molti, che in un modo o nell'altro con essa avevano o potevano avere a che fare.

Anche le fanòie, i falò, si ripetevano oltre che a San Giuseppe e all'Annunziata, anche a Santa Lucia. Molto più importanti erano quelle fatte in quest’ultima ricorrenza.

Il vento, nella settimana tra il 19 e il 25 marzo raggiunge il suo più alto grado di intensità e di violenza. Allora, per le strade, se il tempo è asciutto si vedono mulinelli di polvere detti scazzaridd, che ricordano ai vignaiuoli di non chiecare le viti sulle canne che reggono i cappucci prima che sia passato quel brutto periodo. Il cappuccio è una impalcatura a forma piramidale di sostegno alla vite ed è formato da quattro canne unite insieme in cima che sostengono altrettante viti le quali, se legate, oppongono al vento una resistenza rigida e si spezzano.
---
Tratto dal libro di 






Michelino Dilillo 






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domenica 3 febbraio 2019

Febbraio nelle tradizioni montepelosane

Il mese di febbraio è detto «corto e mal cavato», con allusione ai capùnti pasta fatta in casa e cavata con le dita, i quali, quando sono appunto mal cavati sono duri e indigesti.


Il 2 febbraio, ricorrenza della Candelora, dà lo spunto ad altre osservazioni metereologiche. 


a Cannelòr
a gaddén fec l'ove


Ma più diffusa era la breve filastrocca metereologica:
A Cannelòr
a v'rnét ie assot for
r'spònn a vecchia arraggét
amma sci fin a Nunziét
e rispònn u pappagall
amma arr'vè a San Catall.

Si comincia con l’osservare che la gallina fa le uova e successivamente che la vernata è uscita foraMa risponde la vecchia raggiata: andremo fino all’Annunziata, il 25 marzo. 
Anche il pappagallo (sic – per la rima), interviene a questo punto: ne avremo fino a San Cataldo (10 maggio).

Carnevale, infine, è la ricorrenza che ha dato vita ad una delle più belle leggende irsinesi. 

Il martedì grasso a mezzanotte in punto, muore Carnevale, uomo notoriamente crapulone e dissoluto. Negli ultimi tre giorni di sua vita ognuno poteva vedere agli angoli delle strade, seduti su sedie appese ai muri delle case, tanti fantocci che rappresentano quest’omone chiamato Carnevale, ricavati riempiendo di paglia indumenti maschili, in modo da ricostruire sagome press’a poco umane. 

Il Carnevale aveva, invariabilmente, un gran fiasco di vino (vuoto), con la cannella inastata sulle gambe, e intorno al collo e pendente sul petto del fantoccio, un serto di salsiccia rappresentata burlescamente da peperoni secchi o da teste d’aglio legati a corona. 

A mezzanotte in punto del martedì, dunque Carnevale muore, e le campane ne danno il triste annuncio suonando a mortorio (l’annuncio della quaresima, in liturgia). Rimangono sconsolata ed afflitta in sommo grado, la moglie, Pasquagrande e, orfane senza dote, sei figlie, tutte da marito: Anna, Susanna, Ribecca, Ribanna, Cicilia, Cicilianna. 

Le sette Quarantane soffrono e lavorano molto per tutti i giorni della settimana. Ognuno le poteva vedere, vestite a lutto, attaccate ai fili cui si stendono i panni del bucato. Ma sono premiate dei loro sacrifici, tanto che se ne sposa una a cominciare dalla maggiore, in ognuna delle domeniche di quaresima, durante le quali si interrompe il lutto per tutta la famiglia. E si interrompe la quaresima per far bisboccia fra tutta la cittadinanza. Alla fine anche la madre, Pasquagrande, libera ormai dai pesi familiari, convola a nuove, giustissime e desiderate nozze nel giorno della resurrezione da cui il nome di Pasquagrande.

A Irsina, però, non si usa sposarsi di quaresima. In questo periodo solo gli scappatizzi si sposano, naturalmente a candele spente. 

La leggenda delle Quarantane intanto mette in rilievo un'altra usanza paesana. Quando c'erano più figlie da maritare difficilmente si sposava la minore se non se n'era andata la maggiore. Le figlie soprattutto ma anche i figli a meno che non ostassero particolari motivi, si sposavano in rigoroso ordine di anzianità.

Tutto il carnevale, che ha inizio il 17 gennaio giorno dedicato a Sant’Antonio abate, patrono dei porci, si svolgeva secondo certe, complicate regole. C’era il giovedì del compare, per esempio, l’ultimo giovedì; e l’ultima domenica di carnevale anche assumeva particolare solennità. 

La prima domenica di quaresima, inoltre, si usava rompere la pignatta, il che consisteva in un gioco nel quale il prescelto che veniva bendato, doveva rompere un paiolo di creta, penzolante com'era nel vuoto attaccato a uno spago con un bastone. Gli astanti si divertivano a vederlo annaspare al buio e a tirare colpi alla cieca. Ma dovevano anche badare a che qualcuno di quei colpi non si scontrasse con la propria capoccia. Alla fine la pignatta veniva rotta e si faceva una tavolata con il contenuto della pentola e con altre cibarie. Rompere la pignatta, come altrove si festeggia la pentolaccia pare sia una tradizione di origine spagnola.

Tradizionali erano all'ultima cena di Carnevale, le capuzzelle d’agnello arraganate, cioè cotte a fuoco sotto e a fuoco sopra e condite con mollica di pane, origano e aglio.

Molte mascherate si facevano e si fanno durante il Carnevale. Il pezzo forte ai giorni nostri, (anni 60 del 900) è costituito proprio dall'allestimento, al martedì grasso, dei funerali di Carnevale. Un carro gira per il paese, con una bara nella quale è steso il fantoccio del beneamato. Molta gente intorno, travestita nei modi più impensati, anche da cow-boy o da pirata, da bandito o da donna, piange e si dispera. 
Lazzi e risate sono all'ordine del giorno. Anticamente, invece, la maschera più in voga era la montagnola, che indossava un costume delle donne dei paesi di montagna (Provincia di Potenza). Anche allora, però, se si eccettui la montagnola, non vi erano maschere fisse. Esse però, usavano sempre uno strumento caratteristico detto cupa-cupa, e cantavano, con l’accompagnamento stridulo di quella cannuccia vibrante, una lunghissima filastrocca, il cui ritornello diceva:

Cara Ninella, Ninuzza, Ninà
Cara Ninella, Ninuzza, Ninà.

Le strofe erano molte e varie, spesso improvvisate. Eccone alcune.

Quann’ chiôuv’, chiôuv’ fèn’ fèn’,
alz’t’ zi-zio e damm’ la farèn’
quann chiôuv’, chiôuv fort’fort’
alz’t’ zi-zio e damm’ la r’cott’.

Principalmente si prendeva di mira il porco da poco macellato, e naturalmente, i suoi prodotti:
Agghi’ sapôt’ ch’a’i’ accès’ u purc’,
quann’ m’ vèd’a mmèm’, fai’ u moss’turt’”.
“Coss’ cuba-cuba non vôul’ patèt’,
Vôul’ la salsizz’ p’ tott’a subbr’ ssèt’

Quando piove fino fino
alzati zi-zio e dammi la farina;
quando piove, piove forte forte
alzati zi-zio e dammi la ricotta.
Ho saputo che hai ammazzato il porco
quando mi vedi fai il muso storto.
Questo cuba-cuba non vuole patate
vuole la salsiccia insieme alla soppressata.
Tratto dal libro di 





Michelino Dilillo 






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