Montepeloso
Tradizioni, storia, curiosità, immagini, lingua.

mercoledì 4 luglio 2018

a Irsina parte il "Whakapapa film Festival"

Irsina negli ultimi anni sta vivendo momenti di grande fervore culturale che attirano l’interesse di un pubblico sempre più numeroso che si aggiunge, evento dopo evento, agli irsinesi che dall’interno sono coinvolti nei diversi momenti organizzativi e infine partecipano e seguono le importanti manifestazioni che si susseguono.
La stagione estiva è appena cominciata, l’Agosto irsinese è ancora di là da venire ma la cittadina è in fermento per accogliere gli spettatori e i partecipanti a spettacoli e manifestazioni teatrali, musicali, cinematografiche di elevata qualità.
Nella conferenza stampa di oggi tenuta nella sala Laura Battista della Biblioteca T. Stigliani di Matera, il sindaco di Irsina Nicola Massimo Morea, e l’assessore Anna Maria Amenta hanno annunciato l’avvio della prima edizione del “Whakapapa film Festival”, che si svolgerà a Irsina dal cinque all’otto luglio 2018.
“Whakapapa film Festival”, 
Festival Internazionale del Cinema Documentario,
sarà un appuntamento annuale il cui sottotitolo
“Cinema di culture, documentari e cortometraggi”,
spiega chiaramente la cifra della manifestazione fortemente voluta dall’artista Maori Joseph Rickit che, assieme alla moglie, dalla Nuova Zelanda è venuto a vivere a Irsina, affascinato dal Borgo antico, dal panorama spettacolare, dall’aria pulita, dai cibi appetitosi e sopra ogni cosa dalla genuinità e dal calore delle persone che lo hanno accolto nella comunità irsinese.
Whakapapa film Festival, è ulteriore segnale di come la presenza di stranieri venuti a vivere a Irsina abbia innestato un processo virtuoso di inserimento e di fattivo contributo a potenziare il tessuto socio culturale della città. Joseph Rickit, che con l'intervento dell’ambasciatore di Nuova Zelanda inaugurò una sua mostra d’arte lo scorso anno a Matera, parla espressamente di similitudini fra la cultura Maori e quella del Mezzogiorno d’Italia, anche nelle vicende che i capovolgimenti della storia hanno impresso nella esistenza dei rispettivi popoli, colonizzati e dispersi nel mondo.
Il “Whakapapa film Festival”, è stato strutturato come i grandi festival del cinema in tutto il mondo: le proiezioni avverranno in tre diversi luoghi della città, quelle diurne all'interno di accoglienti ambienti ben freschi data la stagione, quelli serali all'aperto fra le suggestive piazze della città e gli spettatori potranno scegliere liberamente a quali proiezioni assistere.
I film in concorso sono stati annunciati in conferenza stampa dal Prof. Raffaele Salvaggiola, direttore artistico del Festival, che è in giuria assieme alla regista Maori Seeta Muller, a Renee Maihi e ad Alessandro Turco, e sommariamente descritti da alcuni dei registi presenti che provengono dalla Palestina, dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Nuova Zelanda, dalla Francia, oltre che dall’Italia.
I temi trattati nei filmati in concorso sono tutti di altissimo impatto emozionale e carichi al contempo di portati esistenziali e di riflessioni sulla dimensione umana nell’epoca globalizzata che abbatte i confini ma al contempo costruisce muri di pietra e di piombo; un’epoca in cui la barbarie sembra essere di nuovo alle porte mentre i valori e i diritti fondamentali dell’uomo sembrano ogni giorno messi in discussione. Non a caso il termine Whakapapa significa proprio far tesoro delle differenze, vuol dire anzi che sono le differenze a unire e che la vera ricchezza consiste nelle relazioni fra i popoli della terra.
Nel corso delle giornate sarà possibile visitare lo splendido Borgo di Irsina, entrato a fra parte del Club dei Borghi più belli d’Italia con i suoi tesori artistici e architettonici.
Inoltre ricordiamo che filosofi dell’antichità già dicevano che dopo un buon film si gustano meglio le trattorie tipiche montepelosane.
Provare per credere.





la mietutura a Montepeloso


Durante la mietitura e la trebbiatura si usavano fare cinque pasti giornalieri:
u muzzc, una prima colazione verso le sette di mattina;
a fedd, una seconda colazione più consistente verso le dieci,
il pranzo a mezzogiorno,
a murènn, la merenda, al tramonto;
la cena, la minestra calda finalmente, la sera, nella masseria se i lavoratori pernottavano in campagna, alla casa del padrone se tornavano in paese.
Storielle sul comportamento dei lavoratori e dei padroni, proprio a proposito du cumpanagg, non possono mancare. Due mi sembrano rappresentative, perché esaminano il problema dai due punti di vista.

Raccontavano i lavoratori:
un padrone, per a fedd, stende in terra la bisaccia con la spesa e mette fuori: pane, un pezzo di formaggio, qualche scatola di salmone e molte teste di cipolla. È tipico, il salmone, insieme alle uova ad occhio di bove, cioè fritte nell'olio fino a diventare sode, mentre il bianco si rapprende attorno al tuorlo il quale rimane coperto e chiuso nell'albume. Si chiamava salmone quello che in effetti era sgombro conservato.
Insomma, salmone, formaggio e tanta cipolla; il padrone incomincia subito a vantare la cipolla, nella speranza, evidente, che i mietitori la preferiscano al formaggio e al salmone, e dando personalmente l’esempio, servendosi di cipolla con declamata soddisfazione:
-         Aah, quant’è buona ‘sta cipolla, assaggiate, assaggiate.
I mietitori, però, non se ne danno per intesi e continuano a mangiare formaggio e salmone insieme al pane. Solo un giovanottino, figlio di un mietitore, che si accompagna alla paranza come legante, ingenuo e poco esperto, e soprattutto timido, non osa, per le continue insistenze del padrone, toccare formaggio e pesce, accontentandosi delle cipolle. Il padre lo osserva lo scruta, lo guarda e alla fine sbotta:
-         Uagliò, làss a cpòdd ca l’ piec o patròn!

Raccontavano i padroni:
una paranza di mietitori andò nel campo e per prima cosa vollero mangiare. Rassicurarono il padrone dicendo che ciascuno di loro conosceva la propria falce e non c’era, perciò, urgenza alcuna. Al momento buono ognuno avrebbe fatto vedere quel che valeva. Più tardi, quando il sole si era fatto cocente chiesero al padrone di fare a fedd e poi si stesero a schiacciare un pisolino. Tanto, col fresco, tu conosci la falce tua, io conosco la mia, il campo sarebbe stato mietuto in meno che non si dica. Così giunse l’ora del pranzo e quello della murènn, ma il campo rimase in piedi com’era al mattino. Solo la spesa era stata liquidata.

Ma c’è una terza storiella che fa ridere tanto i lavoratori quanto i padroni, volendo sottolineare solo la stupidità di certe donne. Una di queste, al momento del pranzo mise fuori un recipiente, solitamente usato come vaso da notte in quelle case prive di impianti igienici (che allora erano quasi tutte e che oggi risultano ancora la maggior parte), e nel quale aveva preparato la minestra fredda. È un vaso di creta che rassomiglia molto a un alto cappello a tuba rovesciato, che in dialetto si chiama u prees. Naturalmente gli occhi di tutti, padrone compreso, mostrano tutto il turbamento possibile in casi di questo genere. La padrona, però, senza scomporsi: Eh sì – esclamò – ha fatto diciassette anni di servizio ma l’ho sciacquato ben bene con l’acqua fresca.

Tratto dal libro di 
Michelino Dilillo 


IRSINA 
credenze, usanze, tradizioni montepelosane

venerdì 29 giugno 2018

i larghir d Montplòs - Irsina e le sue piazze


Piazza Castello, la più grande del paese vecchio, si allunga in forma quasi rettangolare, di cui il palazzo Ducale dei Nugent, e l’edificio scolastico prospiciente, sorto al posto del convento di Santa Chiara, rappresentano i lati più lunghi. Ad est c’è, meglio c’era, tagliata dal resto della piazza dalla lunga strada che è l’asse del paese, la cappella, una chiesetta che finì di morte naturale poco dopo l’inizio del novecento; al suo posto è rimasto una specie di belvedere che guarda il monte Irsi e la fertile valle del Basentello a un lato del quale si trovano un vespasiano e un sotterraneo albergo diurno. Quivi è anche il monumento ai caduti irsinesi nella guerra 1915-18, rappresentante, su di un piedistallo, un fante bronzeo nell’atto di muovere all’assalto, con la mano destra tesa ad indicare il nemico. Su due facciate del piedistallo, quelle rivolte a sud e a nord, sono incisi i nomi dei novantacinque Irsinesi morti in e per quella grande guerra. Sulla facciata a est lo stemma di Irsina; a ovest la scritta:
1915 - 1918
Irsina
ai suoi figli gloriosi
caduti per la patria.
All’opposto vi è l’accesso alla piazza XX Settembre, evidentemente messa vicino al successivo largo Cattedrale dallo spirito anticlericale del tempo dell’unità d’Italia. Quest’ultima è ricordata anche dal 
largo Plebiscito 

dove, nell’ex convento di San Francesco, sono ospitati la caserma dei carabinieri e la pretura, e dove, fino a pochi anni fa, vi era anche il Municipio. Questo, ora, ha un proprio edificio nel corso Canio Musacchio. Il carcere mandamentale, invece, è sulla via Roma, ex via Popolo, ex via Piazza che congiunge largo Garibaldi al largo Plebiscito.
Due sono i quartieri più popolosi ed insieme più malandati del paese, naturalmente nella parte vecchia dell’abitato. Adiacente al largo Plebiscito vi è il casale (via Casale e I e II vico Casale); ad occidente il rione dei Greci, il quale, per le vie Metaponto e San Filippo, si affaccia sul Muro del Vallone. Questi Muri, resti dell’antica Montepeloso, costituiscono altri due e più lunghi belvedere: l’uno ad ovest dell’abitato che guarda la valle del Bradano e vede allungarsi, serpeggiante in discesa, la statale per Tolve e Potenza, sullo sfondo dei monti Pazzano e, molto più indietro e lontano, Vulture; l’altro, a sud del paese, che guarda anch’esso il Bradano, che scorre ai piedi del monte Calderaso, dove si incrocia con la strada provinciale per Grassano, sullo sfondo del bosco Verrutoli.
^All’interno dell’abitato vecchio ci sono diversi larghi.
Il largo del S.S. Salvatore:
qui aveva sede l’antica Università di Montepeloso e, al tempo della rivoluzione partenopea e della repubblica, si tenevano le assemblee cittadine come descritto da Michele Janora nella sua opera “Dai moti del 1799 alla ritrattazione dei Carbonari - saggio di cronaca montepelosina” edito a Potenza nel 1905 da Garramone e Marchesiello.
Il largo di San Basile:
qui, all’imbocco della via Sant’Elia, per il crollo di antiche vecchie case, poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, furono rinvenuti dei resti umani che si dissero appartenere a briganti fucilati e seppelliti sul posto, appena qualche centimetro sotto il selciato, al tempo della repressione guidata dal generale Cialdini.


Il largo San Vito:
qui si trova la casa nella quale sarebbe stata nascosta la reliquia di Sant’ Eufemia all’epoca del suo trafugamento.
E poi largo Sant’Angelo, San Rocco e, sempre più all’interno, San Martino, San Nicola, Cortile della Madonna, Sant’Andrea ed altri.

Nella parte nuova dell’abitato, la piazza Andrea Costa, con la villetta, dà una nota di gentilezza al paese, del quale è un altro punto importante. Su questo spiazzo. nell’anno di grazia 1.011 sarebbe avvenuto, secondo alcuni storici, uno scontro tra insorti montepelosani, uniti ai Saraceni, e Bizantini, che furono sconfitti.
Ad un angolo di questa piazza nel punto dove termina il Corso Matteotti, sorge la chiesa di Sant’Agostino, già sede del convento degli Agostiniani. Di fronte sorge il palazzo Morena e, da banda opposta a questo, nella piazza Andrea Costa, la ex casa del fascio, in tempi più recenti sede della Sezione Speciale dell’Ente Riforma. Gli anziani ricordano i tempi delle prime tornate elettorali del Regno d’Italia quando al ricco borghese che volesse assicurarsi la maggioranza dei voti, bastava porre su questo larghiro un paio di botti di vino a disposizione degli elettori.
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 Tratto dal libro di 
Michelino Dilillo 


IRSINA 
credenze, usanze, tradizioni montepelosane

venerdì 22 giugno 2018

IRSINA - La Notte Romantica” dei Borghi più belli d’Italia


La Notte Romantica” dei Borghi più belli d’Italia
Irsina, 23 giugno 18

Ogni anno, il sabato successivo al solstizio d’estate, ciascuna città riconosciuta nel novero dei “Borghi più belli d’Italia” celebra
“La Notte Romantica” dei Borghi più belli d’Italia
Una manifestazione nata con l’obiettivo di rilanciare e rafforzare l’identità dei Borghi promuovendo un’atmosfera romantica associata alle bellezze architettoniche e paesaggistiche dei borghi, un evento di richiamo nazionale che ormai è divenuto un appuntamento annuale di inizio estate.
Sabato 23 giugno 2018, Irsina, fresca di ingresso nel prestigioso novero dei Borghi più belli d’Italia, festeggia la sua Notte Romantica con un programma speciale di intrattenimento e cultura.
Sin dai tempi più antichi è noto lo stretto legame che corre fra i sentimenti più profondi e la creazione artistica. La Notte Romantica di Irsina 2018 racconta l’amore celebrato da tutte le forme artistiche dell’umanità: Musica, poesia, pittura, letteratura, cinema, fotografia, teatro.
E per l’architettura abbiamo i tesori di questo magnifico Borgo entrato a buon diritto fra i Borghi più belli d’Italia.
Così nel suggestivo percorso dei Larghi del Borgo, fra degustazioni e tavole imbandite a lume di candela, racconteremo l’amore attraverso la musica, il teatro, la poesia, l’arte. Una serata ricca di spettacoli, giochi e suggestioni, canti, racconti, azioni teatrali, concerti e a mezzanotte lanceremo verso il cielo le tradizionali lanterne.” 






#BorgoRomantico2018 è il challenge Istagram a cui tutti i protagonisti della notte romantica potranno partecipare inviando foto a tema Amore e bellezza realizzate nei Borghi.

mercoledì 13 giugno 2018

Montepeloso - ti farò come a un ora di notte

primi anni 30

Irsina è posta su di un altipiano quasi pianeggiante, dove si allunga per oltre un chilometro su di una strada che porta al cimitero verso sud ed allo scalo ferroviario verso nord. È circondata da un agro più o meno fertile di circa 26 mila ettari di terreno, di cui qualche migliaio demaniale e boschivo, nelle contrade Difese e Verrutoli.
Nella contrada Difese, a sud-est dell’abitato, vi è una zona detta dei tre confini, perché vi si incontrano i limiti territoriali di Matera, Grassano e Grottole. Verso est il territorio di Irsina confina con Gravina di Puglia e poi, girando tutt’intorno da nord ad occidente e a mezzogiorno, incontra i territori di Genzano e Oppido di Lucania, Tolve e Tricarico. La statale di Bari bivio di Tricarico - Potenza taglia la lunga strada di Irsina quasi nel punto in cui il paese nuovo si attacca a quello vecchio.
La parte vecchia finisce con la porta di Sant’Eufemia e comprende i quartieri più popolosi e più malandati dell’abitato, con casette in genere basse, vecchie, decrepite che si sovrappongono e si raggruppano le une alle altre quasi a volersi, nella loro debolezza, sostenere vicendevolmente.
Dalla stretta porta di Sant’Eufemia, che nel breve suo corridoio ospita l’Ufficio postale e vede affacciarsi una delle porte di accesso alla filiale del Banco di Napoli, si entra nel largo Garibaldi, in mezzo al Castello nella denominazione paesana, e Piazza del Popolo dell’epoca prefascista, in cui sono, a fronte, la rappresentanza dell’antico e del moderno quasi a sfida. Il palazzo Ducale dei Nugent, infatti, nella sua superbia, sembra dire, all’edificio scolastico prospiciente, sorto al posto del convento di Santa Chiara, che lo vedrà morto malgrado sia stato inaugurato soltanto nel 1937, anno XVI E.F. Ma intanto è stato costretto, sin dal 1944, ad accogliere nel suo seno la sezione del Partito Comunista Italiano e ciò gli toglie molta della sua sicurezza. Raccontavano i nonni che il detto t'agghia fe com a n’or d nott, che esprime minaccia di mortale bastonatura, trova la sua origine nella circostanza che anticamente l’immenso spiazzo antistante il castello era, dopo il tramonto, a un’ora di notte, buio e frequentato solo da gente di malaffare; chi, per sua mala ventura vi si trovasse a transitare in ore notturne non invitato e non desiderato da quella gente, correva il serio rischio di passare un brutto quarto d’ora e si narra di diversi omicidi avvenuti così.


Tratto dal libro di 
Michelino Dilillo 


IRSINA 
credenze, usanze, tradizioni montepelosane
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Il testo risale al 1965. 
La sede del Banco di Napoli era ubicata nei locali dove oggi corre il ristorante Ducale il quale occupa anche il locale accanto che all'epoca ospitava l'emporio edicola libreria di Giuseppe Castellaneta.
A seguire c'era la saracinesca dell'Ufficio postale; accanto alla porta sono ancora visibili le tracce delle tre feritoie di diverse dimensioni, con sportellini oscillanti di lamella metallica, nelle quali era possibile "imbucare" la corrispondenza.
In fondo alla viuzza, subito vicino la Porta di S Eufemia, correva una Tabaccheria sulla cui porta era rimasto affisso l'avviso sul lamina metallica "Qui si vende il chinino di Stato", primario e anche unico presidio sanitario contro la malaria che a partire dal 1895 venne distribuito capillarmente in tutta Italia nella rete delle tabaccherie assieme ai generi di Monopolio per arginare la elevata diffusione della malattia.
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venerdì 1 giugno 2018

Montepeloso - a giugno devi mietere

anni '30

Semini quando vuoi, dice il proverbio, ma a giugno devi mietere. 
Prima si miete l’avena, poi il grano, poi l’orzo. 
Le fave sono già raccolte in biche lunghe ed hanno visto i campi invasi da stuoli di uomini e donne e ragazzi, chini per tutto il giorno quasi sempre in silenzio, perché quando si fatica troppo non si può cantare, intenti a un lavoro molto duro, che la sera ti lascia con le reni spezzate e con le mani graffiate e sanguinanti. 
Per la mietitura la disoccupazione spariva, la mano d’opera non bastava, gruppi numerosi di mietitori venivano dalla marina e affollavano la piazza castello, la sera e la mattina, in attesa di promettere, cioè di essere ingaggiati. La notte dormivano per le strade, in qualche cantina o pagliaio, nelle masserie se erano stati assunti da grossi coloni fittavoli o da agrari proprietari. E la giornata, il salario giornaliero raggiungeva il massimo. C’era gente che doveva vivere tutto l’anno avendo fatti soltanto l’air, i lavori in aia, oppure i summint, la semina. In questi lavori non c’era limite di orario, si lavorava da sole a sole, e la giornata in questa stagione è davvero molto lunga. 
Il problema del vitto, il companatico, diventa perciò, di primaria importanza in queste occasioni. Chi lavora per tanto tempo e con tanta fatica deve pur sostenersi per rendere. Il padrone, quindi, fa il suo stesso interesse a somministrare alimenti sostanziosi e abbondanti ai suoi dipendenti. Non sono stati rari i casi di mietitori morti per insolazione e anche per indigestione; dopo mesi di fame era difficile, evidentemente, contenersi; ma a volte erano anche le conseguenze intossicanti di cibi non sempre di prima qualità.
Durante la mietitura e la trebbiatura si usavano fare cinque pasti giornalieri: u muzzc, una prima colazione verso le sette di mattina; a fedd, una seconda colazione più consistente verso le dieci, il pranzo a mezzogiorno, a murènn, la merenda, al tramonto; la cena, la minestra calda finalmente, la sera, nella masseria se i lavoratori pernottavano in campagna, alla casa del padrone se tornavano in paese. 

Tratto dal libro di 
Michelino Dilillo 

IRSINA 
credenze, usanze, tradizioni montepelosane


mercoledì 23 maggio 2018

i Montepelosani



Irsina, sino al 1985 Montepeloso, è un comune della Basilicata, nella provincia di Matera, posto, in zona collinare, ai confini della Puglia da una parte, e della provincia di Potenza dall'altra.
Gli abitanti della Puglia consideravano montanari gli Irsinesi. Ma non si può dire che ciò sia del tutto esatto, o per lo meno non lo è stato più dopo l'ultimo conflitto mondiale, perché la cittadina, anche se è posta su di una collina preappenninica a 549 metri sul livello del mare, risente l'influsso più della marina che della montagna, di cui pur fa parte.
Ora occorre spiegare il senso che i Pugliesi danno al termine montanari di cui gratificano gli Irsinesi. Montanari, o meglio montagnoli, vuol dire, nel linguaggio corrente, arretrati, zampitti (zotici), il significato, cioè, che per altri versi, si dà a villici, paesani, cafoni. Con lo stesso epiteto, del resto, con uguale spirito denigratorio e con altrettanta esagerazione, gli Irsinesi definivano Tolvesi, Tricaricesi, Grassanesi, gli abitanti, cioè, dei paesi vicini delle provincie di Matera e di Potenza.
Il fatto è che Irsina è posta in una di quelle zone di confine per cui vive un po’ ai margini della regione e della provincia di appartenenza senza, per questo, aver acquistato tutte le caratteristiche della regione e delle provincie confinanti. A volte Montepeloso è stata considerata parte integrante della regione pugliese, come riferisce Enrico Pani-Rossi in “La Basilicata”, edito a Verona da Civelli nel 1868.
Anche le credenze, le usanze, le tradizioni mostrano l’ibridismo insopprimibile e insuperabile che discende direttamente dalle continue trasmigrazioni da una regione all’altra. C’è, di fatto, una grande differenza di carattere tra Pugliesi, o meglio, Baresi, e Irsinesi. Questi dicono di quelli pagghiusi, che cioè fanno molta paglia, cioè sono considerati, infatti molto espansivi, che esagerano i loro sentimenti; attivi, industriosi, ma invadenti.
Gli Irsinesi, al contrario, sono chiusi e molto spesso appaiono scontrosi e diffidenti; attaccatissimi ai sentimenti ed agli affetti, non li manifestano mai rumorosamente.
Li coprono, invece, di un leggero velo di ironia che permette loro di esprimerli senza cadere nel lezioso e senza apparire sdolcinati. Reagiscono con ira proprio quando hanno paura di sembrare deboli e leggeri.
L’amicizia dell’Irsinese è sempre duratura e profonda perché egli disprezza la superficialità e più ancora la ostentazione, ma non si manifesta con moine e fronzoli. Il Montepelosano si fa un dovere dell’ospitalità e il forestiero che entra in Irsina trova tutte le porte aperte e tutti gli aiuti possibili. Ma rimane profondamente colpito e amareggiato quando si accorge che si approfitta della sua ospitalità e della sua sincerità. Il fondo ultimo degli Irsinesi è una certa ingenuità che li fa essere ottimisti anche là dove appaiono pessimisti, che li rende molto prudenti quando avvertono il tentativo di prenderli in giro o di non tenere esatto conto, realisticamente, di chi sono e di come vivono. 
Per questo i Montepelosani non sopportano e si ribellano all'ingiustizia.


Tratto dal libro di 
Michelino Dilillo 
IRSINA 
credenze, usanze, tradizioni montepelosane

giovedì 10 maggio 2018

Notargiacomo

Notargiacomo - 1958
La situazione economica e sociale di Irsina deve far comprendere appieno quella famosa turbolenza attribuita al popolo irsinese.
Come in diversi altri luoghi della Basilicata, nel 1949 esisteva a Irsina una larghissima schiera di braccianti agricoli in condizioni precarie vicine alla fame e un ristretto gruppo di proprietari terrieri che possedevano vastissimi latifondi che a volte neppure coltivavano appieno. Di qui le agitazioni e gli scioperi per il lavoro e per la terra e di qui l’affluenza della popolazione nei partiti di sinistra e in particolare nel PCI.
Veramente Irsina ha una lunga tradizione socialista: già intorno al 1885 a Montepeloso esisteva una Società di Mutuo Soccorso di impostazione socialista e dal 1911 la amministrazione comunale fu tenuta dai rossi e fu lasciata nel 1923 solo in seguito alle violenze fasciste e al bando, dai fascisti decretato, contro eminenti concittadini come il maestro Vincenzo Torrio e l’avvocato Di Mase.
Con la Riforma Agraria furono scorporate e assegnate a braccianti agricoli le vastissime tenute della contessina Nugent a Notargiacomo, a San Giovanni, a Monteverdese; le zone di Taccone e di pana Cardone, i terreni fertilissimi della valle del Bradano. Zone intere che prima erano abbandonate al pascolo o isterilite in monotone colture estensive furono spezzettate a dar lavoro e sostentamento a diverse centinaia di famiglie sottratte così alla misera nera e alla fame.

Verso le Difese, nella zona Matinelle è sorto il Villaggio Difese, meglio conosciuto come Santa Maria d’Irsi, anche se non ha nulla a che fare col monte Irsi. Il Borgo dovrebbe dare la terra e la casa a centinaia di famiglie contadine in molti poderi dotati di abitazione e di stalla. Nel Borgo sono sorti numerosi edifici, dalla scuola alla caserma dei Carabinieri, dalla casa Comunale alla chiesa che sembra di gran lunga la più bella costruzione. Tutto fu progettato nel 1947 e nell’aprile di 1948, pochi giorni prima delle elezioni politiche, uomini di promo piano della vita pubblica vi posero la prima pietra. Il Villaggio non è ancora abitato e le casette sparse nei poderi intristiscono nella solitudine e nell’abbandono.
Altri borghi rurali sono sorti nelle zone espropriate dall'Ente: Notargiacomo, San Giovanni, e Taccone; i nomi di questi borghi sono legati a una tappa fondamentale dello sviluppo economico e sociale del paese: rappresentano la Riforma Agraria, la terra ai contadini, la prima comparsa della meccanizzazione agricola e dei processi moderni di coltivazione dei campi.



 Borghi rurali sorsero nelle zone espropriate dall’Ente per la trasformazione fondiaria; nelle contrade Notargiacomo, Taccone, San Giovanni sorsero le borgate omonime. Altri agglomerati di abitazioni sorsero a Piana dei Carri, a Monteverde, a Piana Cardone.
I borghi e le case sparse di campagna, se vi fosse stato uno stabile insediamento umano, avrebbero potuto rappresentare uno sbocco alla penuria di alloggi. Ma non andò così.  Gli agglomerati umani non furono mai vitali perché non furono forniti di energia elettrica né di acqua corrente e fogna, né di guardia medica, né di altri servizi essenziali, se non troppo tardi, quando i poderi erano ormai stati abbandonati. Periodo di intenso insediamento nei borghi può considerarsi l’annata agraria 1958-59, come si evince dalle iscrizioni di alunni alle scuole di campagna che erano state istituite in alcuni locali dei villaggi. A Notargiacomo all’inizio dell’anno scolastico si iscrissero meno di dieci alunni e non tutti frequentarono le lezioni, ma alla fine dell’anno la scuola contava 42 alunni iscritti e tutti frequentavano regolarmente, A mano a mano che si inoltrava la primavera e si avvicinava il raccolto, la popolazione delle borgate aumentava rapidamente.
Le immagini mostrano quel che resta di quel villaggio
Rimanevano insoluti però i problemi di fondo. Taccone è stata costruita come villaggio tradizionale, la chiesa e gli uffici intorno a cui sorgono le abitazioni. Un serbatoio di acqua potabile alimentato con autobotti permetteva il funzionamento di qualche fontana pubblica. Un gruppo elettrogeno forniva corrente elettrica non solo agli uffici, ma anche alle abitazioni, sia pure limitatamente nelle poche ore serali ma non notturne. Ma a Notargiacomo e a San Giovanni le cose non stavano così. La chiesa e gli uffici al centro anche qui, comprese le case dei funzionari dell’Ente Riforma, ma con il rifornimento giornaliero di acqua potabile e il gruppo elettrogeno la sera; le case degli assegnatari, però, sono sparse in un raggio vastissimo, a distanze fino a 500 metri l’una dall’altra e ancora più lontane dal centro. Niente gruppo elettrogeno per questi assegnatari, niente fornitura di acqua potabile. Un’autobotte distribuiva due volte a settimana, 200 litri di acqua di pozzo. A Notargiacomo e a Taccone era aperto uno spaccio a cura dell’Ente riforma nel quale si potevano acquistare tabacchi, pasta, salse, liquori. Ma non il pane e altri generi necessari che bisognava procurarsi ogni giorno in paese, viaggiando a pagamento su uno sgangherato autobus di linea che si manteneva con un contributo dell’Ente e uno del Comune. Quando era buon tempo gli assegnatari delle palazzine più vicine agli uffici potevano andare a trattenersi qualche ora nel circolo degli assegnatari a giocare a carte o a guardare la televisione. Per quelli più lontani e per tutti se era mal tempo, rimaneva la stanchezza, il lume a petrolio o la candela da risparmiare, e il letto appena buio.


Notargiacomo - 1985
A San Giovanni non c’era nemmeno lo spaccio e il posto più vicino per qualche acquisto era Notargiacomo, distante 5 chilometri da percorrere a piedi.
Le 495 famiglie assegnatarie, insomma, dopo pochissimi anni, abbandonarono i villaggi e alcune tronarono in paese, altre emigrarono verso il nord Italia o all’estero.






Tratto dal libro di Michelino Dilillo 
IRSINA 
vita e scuola in un comune del mezzogiorno













martedì 8 maggio 2018

Montepeloso - convento di Santa Chiara



Montepeloso - 1930 circa. 

La cartolina ritrae Largo Garibaldi nel giorno della fiera del 12 settembre. Si distinguono chiaramente le ceste in vendita, le tende di alcune “bancarelle” (stand?) e tappeti al suolo per le merci. 

Sulla sinistra è evidente il palazzo del Convento di santa Chiara che ospitava le suore di clausura; sembra di scorgere proprio una delle sorelle che pare sciorinare dal balcone un lenzuolo e accanto all'ingresso si intravede una figura, forse altra suora, che tiene per mano un bambino. 
Le Clarisse tenevano nei pressi dell'ingresso la cosiddetta "ruota degli esposti".   

Era una bussola girevole in legno nella quale si potevano depositare i neonati non voluti. I bambini venivano abbandonati in questo vano girevole in legno che ruotando portava all'interno il bambino. 

La struttura in legno chiamata appunto "ruota" assicurava l'anonimato di chi deponeva in quel luogo i figli di gravidanze non volute; una cordicella accanto alla bussola azionava una campanella situata all'interno che avvertiva le suore dell'avvenuto deposito dell'infante che veniva poi allevato dalle suore e ben presto dato in affido come servitore presso benestanti. 

L’usanza di abbandonare i neonati nella ruota era socialmente accettata e diffusa in tutta Europa a causa della estrema miseria delle famiglie popolari che non potevano permettersi di sfamare un maggior numero di figli. 
Napoli e Milano facevano registrare i più numerosi casi di abbandono; nella sola Milano, per esempio, a metà dell’800 si arrivò a registrare oltre 4.000 abbandoni all’anno.

Le “ruote”, diffusissime in quasi tutti i centri abitati, erano molto spesso collocate nei conventi di santa Chiara, come a Montepeloso, a Taranto, a Monopoli.
La ruota pare fosse stata istituita nel medioevo da Papa Innocenzo terzo, turbato dalla frequenza di ritrovamenti di neonati annegati nel Tevere, quale strumento alternativo alla soppressione immediata dei neonati che le famiglie non potevano allevare; lo strumento trovò quindi diffusione in tutti i paesi europei per lo più presso ospedali o conventi proprio quale argine umanitario all’infanticidio, fenomeno che nelle epoche di maggior miseria diveniva dilagante. La mia bisnonna raccontava che alla fine ‘800, durante dei lavori in una casa irsinese, sotto la lastra del camino erano stati trovati i resti di un corpicino là sepolto in un’epoca non precisabile.

La “ruota degli esposti” fu abolita definitivamente nel 1923, ma non sono riuscito ad appurare se quella di Irsina abbia invece continuato a funzionare anche dopo quella data.

Le suore abbandonarono quel fabbricato che rimase vuoto; col tempo le celle delle suore vennero occupate da famiglie poverissime senza casa e l'intera struttura, ormai fatiscente, finì per diventare una sorta di ghetto. 
Nel 1934 si decise di abbattere definitivamente quella costruzione e al suo posto venne eretto l'edificio scolastico che, inaugurato nel 1937, ospita ancora oggi le scuole elementari.


domenica 6 maggio 2018

tradizioni di Montepeloso - A maggio fa come ti piace


A mesc fa com t pie’c
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Montepeloso - 1930 
A maggio fa come ti piace ma non sposarti, perché maggio iè u mes i’ ciocc’, il mese dei ciucci.
Maggio è il mese più alto, il mese più lungo, perché solo verso la fine i vòngl, le fave fresche con ancora il baccello, intervenivano a risollevare le famiglie esauste per la fame.
A maggio si andava  a sciuppè i vòngl.
A maggio solo gli animali stanno bene, si diceva: hanno erba abbondante, coprono le ossa e lustrano il pelo, e particolarmente l’asino, l’animale da soma più diffuso nel nostro paese. Perciò dire che Mesc, iè u mes i’ ciocci’ significa rimarcare che in quel mese solo gli erbivori avevano da mangiare ed era impensabile un matrimonio, nell’impossibilità assoluta in cui si troverebbero le famiglie di affrontare le spese di uno sposalizio. Per lo più i matrimoni si festeggiavano nei mesi di settembre e di ottobre, dopo il raccolto. Anche nel mese di Natale a gennaio e nelle domeniche dopo Pasqua, particolarmente la prima, si facevano parecchi matrimoni.
Sciuppè, strappare le fave, masciàre, che vuol dire togliere l’erba nei seminati, e viene proprio dalla radice mesc, maggio, cioè l’opera che si compie a maggio e rimasciàre, cioè zappare e rizappare la vigna, ma non in profondità, quel tanto che serva a togliere le erbe che vi sono cresciute ma senza smuovere il terreno in modo che vi si possa conservare la sazia primaverile, cioè l’umido delle piogge di primavera. Sarchiare, insomma. Questi sono i lavori che tenevano impegnati gli Irsinesi nel mese di maggio. Le masserie fervevano di attività in preparazione della mietitura, oltre che per la fienagione e per la carosa delle pecore. Queste attività febbrili non venivano interrotte nemmeno dal pellegrinaggio ad Irsi, nella prima domenica del mese, né dalla festa della pietà. Ma il 18 maggio è fiera, e questa fa parte di quelle attività di preparazione alla mietitura: si vendevano gli animali che non servivano, dopo che avevano preso l’erba e ben nutriti avevano nascosto almeno in parte i loro difetti; si compravano gli animali occorrenti ai lavori che si approssimavano nella stagione d’oro, per un paese agricolo come il nostro. I piccoli coloni compravano un animale, alla fiera di maggio, che servisse loro nei lavori di raccolta e di prima aratura, e lo rivendevano alla fiera di settembre per non doverlo mantenere in inverno.
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Tratto dal libro di Michelino Dilillo 
IRSINA 
credenze, usanze, tradizioni montepelosane