Montepeloso
Tradizioni, storia, curiosità, immagini, lingua.

giovedì 4 luglio 2019

Riforma agraria, occupazione delle terre, Taccone


Dopo la Riforma agraria vi furono a Irsina diversi anni di relativo benessere non solo per i contadini ma per quasi tutta la cittadinanza. Muratori, falegnami, ferraioli lavorarono a più non posso, i negozianti di stoffe e i sarti videro accrescere i loro guadagni. Poi quell’ondata di benessere sembrò calare. Un contadino una volta paragonava l’Ente Riforma a un aereo con un grosso buco da cui perdeva la benzina a fiotti: sarebbe andato avanti finché avesse potuto. La benzina, nel discorso di quel contadino, rappresentava le ingenti somme di denaro sparse a piene mani dall’Ente su Irsina. Finita quella benzina, i braccianti e i piccoli contadini e gli assegnatari e gli edili che avevano avuto un certo respiro per i lavori commissionati dall’Ente Riforma, ricominciarono ad agitarsi, ricordando gli imponenti scioperi del dopoguerra, le grandi occupazioni di terre dal 1947 al 1949 che avevano dato alla cittadinanza irsinese un alone di turbolenza. Infatti in quegli anni le agitazioni sociali furono molte intense. Spesso ci fu a Irsina quasi lo stato d’assedio e pattuglie di Polizia e Carabinieri, in assetto di guerra presidiavano il paese con autoblindo.
Ma già qualche anno prima la vivacità degli Irsinesi si era manifestata anche con gravi fatti. Quando i Tedeschi abbandonarono Irsina, il 22 settembre 1943 la popolazione, esacerbata dagli abusi di fascisti locali e specialmente sentendosi finalmente libera dall’incubo di una settimana di occupazione nazista, incominciò a manifestare per le strade e si inasprì fino al punto da massacrare un pover’uomo che era stato sino a quel giorno segretario comunale. Fortunosamente scampò invece al linciaggio della folla un altro individuo che pare avesse avuto davvero continui e poco chiari rapporti con i Nazisti.


La situazione economica e sociale di Irsina deve far comprendere appieno quella famosa turbolenza attribuita al popolo irsinese.
Come in diversi altri luoghi della Basilicata, nel 1949 esisteva a Irsina una larghissima schiera di braccianti agricoli in condizioni precarie vicine alla fame e un ristretto gruppo di proprietari terrieri che possedevano vastissimi latifondi che a volte neppure coltivavano appieno. Di qui le agitazioni e gli scioperi per il lavoro e per la terra e di qui l’affluenza della popolazione nei partiti di sinistra e in particolare nel PCI.
Veramente Irsina ha una lunga tradizione socialista: già intorno al 1885 a Montepeloso esisteva una Società di Mutuo Soccorso di impostazione socialista e dal 1911 la amministrazione comunale fu tenuta dai rossi e fu lasciata nel 1923 solo in seguito alle violenze fasciste e al bando, dai fascisti decretato, contro eminenti concittadini come il maestro Vincenzo Torrio e l’avvocato Di Mase.

Con la Riforma Agraria furono scorporate e assegnate a braccianti agricoli le vastissime tenute della contessina Nugent a Notargiacomo, a San Giovanni, a Monteverdese; le zone di Taccone e di Piana Cardone, i terreni fertilissimi della valle del Bradano. Zone intere che prima erano abbandonate al pascolo o isterilite in monotone colture estensive furono spezzettate a dar lavoro e sostentamento a diverse centinaia di famiglie sottratte così alla miseria nera e alla fame.

Verso le Difese, nella zona Matinelle è sorto il Villaggio Difese, meglio conosciuto come Santa Maria d’Irsi, anche se non ha nulla a che fare col monte Irsi. Il Borgo dovrebbe dare la terra e la casa a centinaia di famiglie contadine in molti poderi dotati di abitazione e di stalla. Nel Borgo sono sorti numerosi edifici, dalla scuola alla caserma dei Carabinieri, dalla casa Comunale alla chiesa che sembra di gran lunga la più bella costruzione. Tutto fu progettato nel 1947 e nell’aprile di 1948, pochi giorni prima delle elezioni politiche, uomini di promo piano della vita pubblica vi posero la prima pietra. Il Villaggio non è ancora abitato e le casette sparse nei poderi intristiscono nella solitudine e nell’abbandono.

Altri borghi rurali sono sorti nelle zone espropriate dall’Ente: Notargiacomo, San Giovanni, e Taccone; i nomi di questi borghi sono legati a una tappa fondamentale dello sviluppo economico e sociale del paese: rappresentano la Riforma Agraria, la terra ai contadini, la prima comparsa della meccanizzazione agricola e dei processi moderni di coltivazione dei campi.


tratto dal libro di 




Michelino Dilillo 






IRSINA 


credenze, usanze, tradizioni 

montepelosane




Madonna di Juso - Magna Grecia, Bizantini a Montepeloso


Si fa risalire ai coloni della Magna Grecia l’essersi spinti all’interno di questa terra di boschi (Lucania vuol dire terra di boschi) fino a fondare un villaggio se non proprio nel posto dove sorge ora Irsina, almeno nelle immediate vicinanze. Un intero quartiere del paese è dedicato a quei primi fondatori: una via, un largo e fino a qualche tempo fa vi era anche un Arco dei Greci. Questo crollò in seguito a frane e si portò dietro nella caduta parecchie case ultracentenarie. Anche una contrada di campagna è consacrata ai Greci e immediatamente fuori del paese, dalla parte del quartiere dei Greci, Janora afferma che ci fosse una chiesa della Madonna dello Juso, la cui statua, che ora è conservata in cattedrale, pare rappresentasse a quei tempi antichissimi, una dea pagana.

Sembra quindi che il nucleo originario di Irsina debba risalire a tempi avanti Cristo, ma i primi documenti sicuri risalgono a qualche decennio prima dell’anno Mille, allorché (988) Montepeloso venne distrutta dai Saraceni. Nel 1010 i cognati Melo e Dato da Bari capeggiarono una rivolta contro il governo dei Bizantini con cui si scontrarono a Montepeloso, sull'altipiano che immediatamente segue l’attuale chiesa di Sant'Agostino.
Nel Medioevo la vita del piccolo Montepeloso non deve essere stata molto tranquilla se resti di unitissime mura si possono ancora vedere oggi, se tre porte (Portarenacea, Porticella e Sant’Eufemia) e un capace fossato ne sbarravano l’accesso e se si notano i segni della presenza, oltre che dei Bizantini, anche dei Saraceni e dei Normanni. Pare, anzi che nel 1133 tutta la popolazione fino ai vecchi e ai neonati, sia stata passata a fil di spada da Ruggiero II il Normanno, inferocito per la lunga e fiera resistenza oppostagli dalla cittadella, come ben descrive Don Peppino Arpaia nei suoim appunti di storia montepelosana.

Del resto, un museo cittadino allestito dallo stesso Janora, raccoglie cimeli di ogni età, dalle epoche primitive alle più recenti.
Tratto dal libro di 



Michelino Dilillo 






IRSINA 


credenze, usanze, tradizioni 

montepelosane


lunedì 3 giugno 2019

Giugno e luglio nelle tradizioni di Montepeloso Irsina


Per il 24 giugno, natività di San Giovanni Battista, si mettevano in movimento tutte le ragazze da marito, timorose e speranzose nello stesso tempo. La sera del 23 esse esponevano, al sereno fresco della notte, dei fiori di cardo che da noi si chiamano appunto i San Giuwann, dopo averli esposti ad una fiamma fino a bruciacchiarli.
La mattina successiva le ragazze accorrono al balcone o alla finestra, piene d’ansia, a leggervi il vaticinio. Se il cardo sarà appassito la signorinella si attenderà una ben triste sorte perché non troverà facilmente marito. Se, invece, l’umidità della notte ha ravvivato il cardo, l’avvenire della ragazza è pieno di speranza e un fidanzamento è in vista. Il risultato, tuttavia, non è mai stato definitivo da non lasciare almeno una speranza o da non suscitare qualche perplessità. Tutto dipende, cioè, dal grado di bruciacchiatura del san Giuwann, il quale si riprenderà nella misura che la fiamma non ne ha ustionato gravemente il cormo. E tutto, quindi, ritorna come prima. Le ragazze sperano, le ragazze temono. Ma a quell’età si spera più di quanto si tema.
A luglio si carra e si pesa cioè si trasportano i covoni sull’aia e si trebbia. Si carrava con i traini o a schiena, cioè a dorso di mulo o di asino. Per rendere possibile il carico di un buon numero di covoni sul dorso di una bestia, si usavano certi arnesi detti cònole, gli scheletri di due semicilindri fatti di tamerici o di altri fusti flessibili, che si appendevano orizzontalmente ai due fianchi dell’animale, a mo’ di cesti, e che si colmavano di covoni.
P’i conl e p’a loun
Vann d trendòn

Con le cònole e con la luna vanno di trentuno si diceva di certuni, ai quali, in altre circostanze si chiedeva:
tu ca nan fél e nan tiss,
sti gnumr gruss d’addo i hiss?

Tu che non fili e non tessi, questi gomitoli grossi d’onde li esci?

Si pesava con i muli, e per vincere la noia e il caldo, ma anche per incitare le bestie a girare, con gli occhi bendati, continuamente intorno al contadino che stando fermo in mezzo all’aia, teneva le redini, questi cantava lunghe nenie in cui si parlava di bella lontana, di tradimento, ma anche di storie appassionate o ironiche o salaci, ispirate sempre a fatti paesani realmente accaduti e interrotte ogni tanto dal grido: - ihscé -  di incitamento alle bestie, che si chiamavano Bellina o Colonna o anche Caterina, Ciccillo, Minguccio, come fossero persone.

Le spigolatrici pesavano nell’abitato, con le mazze o con le cinghie e ventilavano con un crivello. C’erano donne che riuscivano a racimolare così, l’annata del grano occorrente alla famiglia. Anche le donne cantavano qualche volta, ma non gli stessi canti degli uomini. Questi cantavano, perché nell’aia svolgevano mansioni d’attesa, fermi al centro della battitura. Ma come potevano cantare le donne, chine continuamente in cerca della spiga caduta, oppure, inginocchiate a menare grandi colpi di mazza per battere il grano? La loro fatica, per quelle che spigolavano, era molto più improba di quella degli uomini.
Ecco alcune strofe di canti dell’aia, in cui la critica sociale e di costume, ma specialmente il sottobosco della vita paesana sono evidenti:
U muntagnùl’ d’ss’:
c’t’n’ i sold’ semp’ cont’;
c’t’n’ a m’gghi’ra boun’
semp’ cant’.
 Tratto dal libro di 



Michelino Dilillo 






IRSINA 


credenze, usanze, tradizioni 

montepelosane




martedì 7 maggio 2019

prima domenica di maggio a Irsi


Il pellegrinaggio alla Madonna d’Irsi avviene nella prima domenica di maggio, quando le fave sono già piene ed i vòngl, i baccelli delle fave fresche, fanno gola. La salita del monte Irsi è abbastanza faticosa, e molti la facevano con la lingua fuori. Era famoso, anni fa, un personaggio, il quale trovava modo, tra un pater e un’ave, di assaggiare i vòngl dei campi lungo i quali si snoda la stretta mulattiera. Appena sull'altipiano, però, e subito dopo la messa, si faceva una grande scampagnata.
Il padrone della masseria d’Irsi offriva una fetta di pane e una di ricotta a tutti coloro che non avevano portato nulla da mangiare, ed erano molti, moltissimi. Gli altri consumavano allegramente sui prati la colazione portata dal paese e poi tutti cantavano, ballavano e soprattutto bevevano.
Per le autorità, per le persone importanti, per i membri del clero, solitamente non più di uno, che accompagnavano la processione fino al Santuario, per gli amici del padrone, insomma, c’era il pranzo, offerto da quest’ultimo nelle stanze della masseria, locali al primo piano sopra le stalle ed i lamioni per i salariati.
Anche questa festa non di rado è stata occasione di gravi fatti di Sangue. Si costituiva in Basilicata una setta politica reazionaria detta dei Calderari o dei Rivellesi che nasceva per contrapporsi alle idee liberali della Carboneria e per combattere ogni moto rivoluzionario per favorire la restaurazione dei Borboni.
Il 7 maggio 1815 la setta dei Calderari, inserendosi nei pellegrinaggi ad Irsi (Montepeloso) e a Fondi (Tricarico), diede inizio alla reazione che portò, anche in seguito alle infelici vicende di Gioacchino Murat, alla restaurazione borbonica.
Quella sera, proprio di ritorno dal pellegrinaggio a Santa Maria d’Irsi, la turba dei pellegrini, aizzata dai Calderari, tumultuò per le strade di Montepeloso. Il tumulto sfociò nell’uccisione del maresciallo della gendarmeria nel cortile della caserma.

Tratto dal libro di 



Michelino Dilillo 






IRSINA 


credenze, usanze, tradizioni 

montepelosane



giovedì 2 maggio 2019

il primo maggio a Irsina

Irsina, 1 maggio 1958
Non è facile stabilire quando il primo maggio sia stato celebrato per la prima volta a Irsina; come fatto puramente politico ciò avvenne il 1896, e due anni dopo, il 1898, il primo maggio fu occasione di un tumulto spontaneo, causato dalla fame. È certo, comunque, che alla fine del primo decennio del Novecento la festa era entrata a far parte delle usanze della maggior parte della popolazione. Il modo di festeggiare il primo maggio, in quegli anni, era però del tutto sui generis. Mentre infatti, in Italia e nel mondo il primo maggio era una giornata di lotta che preannunziava la grande battaglia che il socialismo avrebbe dato alla borghesia, a Irsina era l’occasione per fare una scampagnata all’aperto, in campagna, e ripeteva la scomparata del lunedì di Pasqua. Fu solo nel primo dopoguerra che la ricorrenza della festa dei lavoratori acquistò il suo significato proprio. Questa, anzi, entrò essa stessa a far parte delle tradizioni irsinesi dando il via ad un costume che ha fatto sentire i suoi effetti fino a qualche anno fa. 
Non per niente durante il periodo fascista si cercò, per quanto fu possibile alle autorità del tempo e con tutto lo zelo di cui esse si dimostrarono capaci, che non fu poco, di fare persino dimenticare quella ricorrenza. Al primo maggio infatti, sono legati gli episodi più odiosi della persecuzione fascista.
Era diventata usanza, per le squadre fasciste, irrompere nelle case private durante festeggiamenti familiari, come nozze, battesimi, trattenimenti, mascherate e portarvi lo scompiglio con il manganello e l'olio di ricino. Queste squadre, ed alcuni elementi di punta in particolare, pretendevano, per esempio di fare il primo giro di ballo con la sposa mentre la nostra tradizione lo riserva come si è visto solo ed esclusivamente allo sposo sia pure con la mediazione del compare di fede; e comunque anche nel seguito dello sposalizio, mai, qualunque invitato può chiedere di ballare con la sposa. E i fascisti non erano nemmeno invitati. Si ripeteva, su scala più vasta e sotto l'usbergo della legge, l'episodio di Rocco Maccù, tanto tragicamente chiusosi in corte d'assise. Ma ora non esistevano più preture, tribunali, o qualsivoglia corte se non per condannare al carcere e al confino i sovversivi.
Per prevenire quindi episodi consimili, negli anni successivi al 1930 il costume irsinese aveva subito quella profonda involuzione che lo ha chiuso in se stesso e lo ha reso sospettoso, in certi casi, anche dell'amico e del compagno. Tutte le feste che non fossero strettamente necessarie o d'obbligo, cessarono del tutto. Si spense specialmente l'usanza del ballo tra famiglie amiche e tra amici in genere, tanto che ancora fino a qualche anno fa era difficile organizzare un trattenimento danzante al di fuori degli schemi fissi degli sposalizi. E comunque non era pensabile, per un giovanotto, invitare una ragazza ad un ballo a meno che non la conoscesse tanto bene, e soprattutto non conoscesse così bene i familiari, i genitori in particolare, da essere sicuro di non ricevere un rifiuto. 
Irsina, 1 maggio 1958
Per il primo maggio stesso negli anni dell'ultimo dopoguerra si tentò più volte di organizzare un ballo popolare in luogo chiuso o all'aperto. I risultati furono sempre tanto negativi da scoraggiare ogni insistenza. 
Il momento centrale della manifestazione del primo maggio, è, dopo la fiaccolata della sera precedente, la grande sfilata per le vie del paese. Tutti aspettano con ansia questo momento per valutare la forza complessiva del movimento dei lavoratori e trarne conforto o sconforto secondo i punti di vista. 
Per tentare di smorzare l'importanza della festa del Primo Maggio, nel 1955 papa Pio XII, in passato vicino al fascismo, istituì la festa religiosa di San Giuseppe Lavoratore nel tentativo di assorbire in festa religiosa la portata politica e di rivendicazione della festa dei Lavoratori. Ma il tentativo, benché riportato regolarmente sUi calendari, risultò vano.
Proprio su questo terreno, a Irsina, tramontato ormai ogni tentativo di impedire con la forza lo svolgimento del corteo si è cercato, negli anni di Scelba e del grande ricatto dell'Ente Riforma, di contrastare l'influenza dei partiti operai organizzando contromanifestazioni e suscitando incidenti a volte gravi fino al sopruso delle autorità di pubblica sicurezza che pretendevano di imporre la divisione dell'abitato in due zone, da riservare, rispettivamente la parte vecchia alla Camera del Lavoro, la parte nuova alla C.I.S.L. 
Il grave stava nel fatto che poi non c'era alcuna festa nella parte nuova, e quindi tutto si riduceva a confinare la manifestazione popolare nei quartieri del paese vecchio, delimitati da piazza Garibaldi e l'arco di Sant’Eufemia. Ma anche questa nuova manovra si è esaurita, in pochi anni, e la festa del lavoro ha conquistato; ormai, tutta la popolazione, che accorre, felice e festante ad ascoltare l'orchestrina e i cantanti che si esibiscono la sera, in piazza Garibaldi.
Importante, comunque, è che negli ultimissimi anni (1965) non ci sono state più nemmeno le tradizionali denunce per questua abusiva, che era il modo abituale, per le autorità di pubblica sicurezza, di partecipare alla festa del lavoro.

Tratto dal libro di 









Michelino Dilillo 






IRSINA 


credenze, usanze, tradizioni 

montepelosane


venerdì 12 aprile 2019

CULTURA POPOLARE E VITA PAESANA di Michelino Dilillo - seconda puntata


Al centro della cultura popolare, come della vita paesana, ci sono il lavoro e la famiglia.
Il lavoro, inteso innanzitutto come fatica quotidiana. Ma anche come elemento indispensabile per l'affermazione di sé, della propria persona e per il benessere della famiglia. E mezzo, inoltre, per l'accrescimento di beni, cioè di ricchezze, intese queste quasi sempre come possedimenti di terra. La ricchezza, infatti, o almeno il benessere familiare, è altamente ricercata anche come elemento di distinzione sociale, dal momento che
quann' u marét' jè pauridd', manch' a m'gghiér' u pôut v'dè,
vale a dire che quando il capofamiglia è povero, è inviso persino a sua moglie. Ma soprattutto la ricchezza è mezzo indispensabile di indipendenza economica e sociale, considerato che 
p' u sold' tonn' tonn', vech'- 'n col' a tott' u monn'.
La terra fa la casa, ma la casa non fa la terra, perentoriamente afferma il contadino che mira a divenir prima rampicante, cioè che si arrampica, cercando di salire nella scala sociale, e poi padrone.
E ancora: Due volte l'uomo si mena a crepare (ce la mette tutta, fino a rischio di morire): quando mangia a spese di altri (è invitato a mangiare in casa altrui) e quando lavora per conto proprio. Che è un altro cardine del modo di intendere il lavoro, il quale resta fatica, sforzo improbo e tutto sommato improduttivo quando è prestato a favore di terzi; ma merita ogni impegno, richiede l'accanimento più completo e assoluto quando, invece, è reso a vantaggio proprio e della propria famiglia.
Sul rapporto tra lavoratori e datori di lavoro c'è una vasta letteratura orale, racconti o fatti, barzellette, strofe, proverbi che guardano e rendono conto, sempre in tono burlesco e satirico, ora del padrone esoso e incomprensivo, ora del lavoratore che cerca qualche scorciatoia per scansar fatica.
A questo proposito è famosa la figura Sacrapanz di cui ho già raccontato e quella di Frigolino che incitato a fare il suo dovere di lavoratore, lamenta che gli fa male il piede, mentre alla chiamata per il pranzo risponde: 
mo' m' n' vèngh' chien' chien
Come a dire che per il mangiare, sia pure piano piano, sia pure con tutto il tempo che occorre, trova il modo di muoversi; mentre rimane irrimediabilmente immobile quando bisogna lavorare; si può rammentare anche quella paranza di mietitori che conoscono bene la propria falce e spolpati tutti i cinque pasti, a fine giornata non hanno falciato neppure un metro.

Si tratta, in tutti i casi, di pelle lustra, di gente che non intende sporcarsi pur non rinunciando a passar bene la vita, se non addirittura a spassarsela a danno degli altri. Come avviene, del resto, per mastro Gerardo Acquadighiaccio, al quale non c'è verso di far muovere un dito anche se si proclama assolutamente e incondizionatamente al servizio del padrone, al comando del quale ha sempre la risposta pronta: ci penso io, lascia fare a me, me la vedo io; ma che raggira tanto il bravo e ingenuo Zinannùrch' da portargli via ogni bene mobile; sino a minacciarlo, alla fine, quando è scoperto e rincorso, di dargli un calcio nel sedere e farlo volare in cielo, fra le nuvole, come asserisce e mostra di aver fatto, dopo averlo nascosto ben bene tra le frasche, con l'asino, del quale finge di attendere la ricaduta in  terra da un momento all'altro.
Un canto, a proposito di sfaticati, che in un certo senso sono persone che attuano una tattica di sabotaggio, una forma che potrebbe essere assimilata allo sciopero a singhiozzo, parla della raccolta delle olive, che si colgono 
a on' a on' p' d'spitt' du padròn; a tre a quatt' u padròn cr'p'e shcatt'.
Indicativa, in definitiva, per capire l'animo con cui il lavoratore dipendente presta la sua opera, è la settimana del salariato fisso, che, in lingua, suona così:

Lunedì – Andiamo andiamo
Martedì – La settimana tentenna
Mercoledì – Siamo a mezza strada
Giovedì – Scassa settimana
Venerdì – Sta già fatto
Sabato – Ce ne torniamo.
Io sto ad anno, e perciò, Dio mio,
fai piovere quattro o cinque giorni alla settimana;
di sabato fai capitare una festa grande;
la domenica mi tocca di spettanza.

Si tratta, in buona sostanza, di sfaticati che cercano pretesti per non lavorare, perciò, per loro, vanno bene fest', mal' timp' e fr'stir' a cast', feste, intemperie, invitati in casa, tutte occasioni buone, cioè, per restarsene in ozio.
---
(2 - Continua)

CULTURA POPOLARE E VITA PAESANA
di Michelino Dilillo
Estratto dal volume
«Tradizioni popolari»
Atti 1° Congresso Internazionale delle Tradizioni Popolari
Metaponto Lido 23-24 maggio 1986

sabato 16 marzo 2019

Marzo nelle tradizioni di Montepeloso


Marzo è il mese d’i pedd,
Sì: delle pelli, il mese, cioè, di più alta mortalità.
Prima che fossero scoperti e largamente usati gli antibiotici, praticamente prima della seconda guerra mondiale, la polmonite mieteva vittime, in Montepeloso, specialmente nel mese di marzo, ventoso per eccellenza.

La posizione stessa del paese espone l’abitato a tutti i venti, e non solo a Portannàzz (Portarenacea), ma anche piazza Castello (piazza Garibaldi, ex piazza del Popolo) offriva a piene mani raffreddori, influenze e polmoniti. Piazza Castello, perciò, è detta anche piazza polmonite.
Molti malati, quindi, nel mese di marzo, e, di conseguenza, molte dipartite. A proposito di malati, una diffusa credenza vieta di offrir loro la mano per salutarli, mentre sono a letto. Sarebbe come dargli l’estremo addio, come augurargli la morte. Per lo stesso motivo, perché augurerebbe la morte all’uomo di casa, al capofamiglia e del tutto di malaugurio posare il cappello sul letto.
È altresì di malaugurio tenere il letto con i piedi verso la porta, o anche la tavola o un tavolo qualunque, perché in quel senso si dispone la bara, in attesa che comincino i funerali, quando c’è un morto in casa.
I morti si accompagnavano al cimitero, fino a pochi anni precedenti la seconda guerra mondiale, con la banda, che intonava, lungo il percorso del funerale, marce funebri. Nel caso di bambini, invece, la banda suonava marcette allegre, per sottolineare la gioia di quei bimbi di volare in cielo, ancora innocenti, dove diventavano angeli.

In rapida successione seguono due importanti ricorrenze, nel mese di marzo - San Giuseppe, il diciannove, e l’Annunziata, il venticinque - che offrivano l’occasione per particolari manifestazioni. 

A San Giuseppe si facevano i paniddòzz, e a San Giuseppe e all'Annunziata i fanòie.
Le famiglie benestanti, dei coloni e dei contadini ricchi preparavano venti, trenta a volte cento pagnottelle che poi, dopo la benedizione in chiesa, venivano distribuite alle anime del purgatorio, cioè ai poveri. Fatto che si ripeteva, in forme diverse, almeno altre due volte nell'anno, il due novembre, con il paiuolo di fef crett, lessate alla monachella, cioè senza togliere l’unghia; e il 13 dicembre, per Santa Lucia, con la cuccèia, una minestra a base di grano e legumi lessati, condita con vincotto di fichi. La differenza consisteva nel fatto che mentre a San Giuseppe i panidòzz le facevano i ricchi, nel giorno dei morti e a Santa Lucia i i fef crett e la cuccèia si faceva in quasi tutte le case dove non mancava qualche pugno di legumi.

Queste erano, in buona sostanza, occasioni da cogliere a volo per tutti: per i poveri occasione di sfamarsi una volta tanto senza troppi sforzi e per i ricchi occasione di acquistarsi a buon mercato un pezzetto di paradiso.

Molto rilievo ebbe negli anni 30, il triduo a San Giuseppe che la famiglia Amato, grossi agrari irsinesi, faceva indire nella cattedrale, in memoria di un congiunto, dal nome Seppe Sante, deceduto alla fine degli anni 20. Il triduo - ciclo di preghiere della durata di tre giorni - si concludeva con la solenne cerimonia la sera del 19 marzo, a cui partecipavano, dopo che la mattina avevano fatto la comunione, tutti i salariati fissi di Seppe Sante, com'era detta la famiglia Amato nel paese, e tutti coloro, ed erano veramente in molti, che in un modo o nell'altro con essa avevano o potevano avere a che fare.

Anche le fanòie, i falò, si ripetevano oltre che a San Giuseppe e all'Annunziata, anche a Santa Lucia. Molto più importanti erano quelle fatte in quest’ultima ricorrenza.

Il vento, nella settimana tra il 19 e il 25 marzo raggiunge il suo più alto grado di intensità e di violenza. Allora, per le strade, se il tempo è asciutto si vedono mulinelli di polvere detti scazzaridd, che ricordano ai vignaiuoli di non chiecare le viti sulle canne che reggono i cappucci prima che sia passato quel brutto periodo. Il cappuccio è una impalcatura a forma piramidale di sostegno alla vite ed è formato da quattro canne unite insieme in cima che sostengono altrettante viti le quali, se legate, oppongono al vento una resistenza rigida e si spezzano.
---
Tratto dal libro di 






Michelino Dilillo 






IRSINA 


credenze, usanze, tradizioni 

montepelosane




Irsina 1906 - la rivoluzione della Madonna


Al Santuario d’Irsi ed alla statua di Maria S.S. Della Provvidenza è legato il ricordo della cosiddetta rivoluzione della Madonna esplosa il 7 marzo 1906, per il sospetto, non so quanto fondato, diffusosi tra la popolazione, che il clero, o qualche elemento di esso, si fosse venduta a scopo di lucro personale, la statuetta della Madonna, pregevole opera bizantina per sostituirla con altra di minor valore. Gli accusati sostennero che si era trattato di un semplice restauro, ma le fedeli non ci credettero e inscenarono violente manifestazioni di protesta che richiesero l’intervento della truppa che, si disse, abusò di molte delle donne coinvolte nella sommossa. La notizia è tramandata - 50 anni più tardi - da donne anziane testimoni di quelle giornate, le quali ricordano anche alcune strofe ispirate all'accaduto come questa qui trascritta in italiano:

Sul monte d’Irsi
c’era una verginella.
Era antica e bella,
se l’è venduta monsignor Cotella.
Il monsignor Cotella
lo tenevano per santarello
e s’è venduta la verginella.
Si è scoperto l’imbroglio
in una cassa di petrolio
Pessiello si è messo in mezzo
si è venduta la provvidenza.
Il cavallo bianco hanno afferrato
Tutto a colpi di coltellate.
Se lo sapevo tre mesi prima,
mi vendevo Anna Bentini;
se lo sapevo mo’fa l’anno
mi vendevo la Marianna;
se lo sapevo poco prima,
mi vendevo la nipote signorina.
Il canonico Fascella
è scappato con la gonnella:
a Gravina è arrivato
per masciàro l’hanno pigliato.

Le vicende popolari non hanno storiografia ufficiale.
Gli avvenimenti erano tramandati per via orale e in forma poetica, come in passato, da Omero sino ai più recenti cantastorie.
Montepeloso non faceva eccezione e sino alla metà del '900 il popolo ricordava gli eventi storici attraverso i fatt e i "dstròtt".
Non esistono documentazioni né più ricordi personali che possano chiarire l'identità delle persone citate nella strofa satirica che senza dubbio alcuno mostra la motivata irriverenza popolare verso il clero avido e corrotto.